giovedì 22 maggio 2014

UNA FREDDURA AL SOLE (OPERA DI MASSIMA ISPIRAZIONE CONTINGENTE)

All'orizzonte scorgo una casa. Faccio uno scatto degno di un bradipo che non ha fretta particolare
e nel breve volgere di qualche ora sono sull'uscio. Starnutisco, sudo freddo.
Impossibile visti i quaranta
gradi che accompagnano questa giornata. Sprizzo allergia da tutti i pori.
Non riesco a muovermi con agilità.
Sono sovrappensiero. Sono sovrappeso. Quando torno mi metto a dieta,
una cura dimagrante a base di autostima.
Tutto intorno deserto. Non deserto sabbioso. Un deserto vuoto, desolato.
Mi spiego meglio. Pieno di alberi,insetti silenziosi ma vistosi.
Gli alberi sembrano sul punto di parlare, ma per vergogna non
aprono bocca. Non si muove una foglia. Gli insetti volano, da fiore a fiore.
Cosa li rende irrequieti? Credo che sentano il bisogno
di spostarsi per ventilarsi. Stando fermi, è risaputo, il caldo non lo affronti facilmente.
Porca miseria, mi sono promesso di non usare
avverbi. Non riesco mai a mantenere i buoni propositi. Ma è solo una mia teoria.
Quella degli insetti, intendo.
Nessun segno di vita umana nel giro di chilometri. Vero, non posso esserne certo.
Ma me lo sento.
Sono sudato e appiccicaticcio, continuo a starnutire come un pinguino col raffreddore.
Voglio solo farmi una doccia. Chissà se qui hanno l'acqua. Non posso più temporeggiare,
non mi devo intalliare, non ho più alibi. Mi hanno sempre insegnato che l'alibi non fa il monaco.
Nel senso del provolone (ne vado ghiotto). Continuo a divagare. Busso e mi sembra un buon gioco.
Il buon gioco si vede dal mattino. La porta è chiusa e con due colpi di bussata si schiude.
Quando ho la giornata impegnata tutto mi sembra scorrere così dolcemente, in maniera soave.
Ecco, di nuovo un avverbio. Ma non mi sembra il
momento di buttarla sul poetico, non mi consento di cambiare stile di  punto in bianco.
Con lo sguardo penetro quella fessura di circa tre centimetri e mezzo creata dalla porta
schiusa. Col braccio apro la porta, chiedo scusa ed entro. Ci sono mobili di legno.
Il pavimento di legno. Un flacone da un litro di detersivo per legno ancora inspiegabilmente pieno.
Ragnatele e polvere ovunque. E grazie al c****, penso tra me e me, se qualcuno avesse avuto
il buon senso di usare quel pronto legno. Ma è il momento meno opportuno per mettersi
a pensare come una massaia inviperita e senza alcuna passione particolare. Potrebbe
essere la casa di Pinocchio. O forse di Geppetto, è lui il falegname dei due.
Varco la soglia
della seconda stanza. Un letto. Di legno. Cornici vuote appese senza un ordine preciso.
Di legno, le cornici e l'ordine preciso. Resto in piedi, difronte al letto. Sudo freddo
ed ogni trenta secondi starnutisco. Sarò allergico al legno. Però l'allergia alla polvere mi pare
più plausibile oltre che più diffusa. Quando torno a casa, se ci torno, devo fare una prova allergia.
Sono dentro da dieci minuti ed ecco che mi parte il settantacinquesimo starnuto (stavo starnutendo
già quando ero lì fuori). Mi giro e dietro di me noto un'altra piccola stanza. Un trionfo
della ceramica. Certo le mattonelle fucsia e il vasellame blu elettrico. Però pensandoci, Geppetto
era diabetico e il diabete porta problemi seri alla vista. Nell'angolo del bagno scorgo la doccia.
Più in fretta che in furia mi spoglio, entro in doccia e aziono il getto. L'acqua c'è, ma non esce calda.
Cazzo, non mi ci voleva proprio questa doccia fredda.

venerdì 9 maggio 2014

ULTIMO TANGO



Questo
Questo è l’ultimo tango
L’ultimo tango che ti canto
Vertiginoso e a ritmo lento
L’ultimo tango tra me e te.
Penso
Faccio fatica ad inseguire
 singoli passi di passione
la pista rossa dei mie nervi
tesa e nervosa non sa star.
Luce
soffusa e tanta gente intorno
i piedi cedono di schianto
io mi decido e non ritorno
un tuo sorriso e poi l’incanto
Giro
Le spalle ferme contro il muro
Il tuo silenzio a muso duro
Le braccia tese e poi ti tengo
Ferma e leggera su di me
Guardo
Scorre veloce la tua gamba
Che sui miei fianchi si accavalla
Questo mio tango ormai è finito

L’ultimo tango tra me e te.

giovedì 1 maggio 2014

LA PRIMULA

Nel parco delle lodi e delle allodole
 tra cento biciclette e corridori di ogni età
balza agli occhi quello che non c’è.
 Non molto distante
 sulla strada
 il traffico di auto non cessa.
 Nel vecchio rudere abbandonato
 in mezzo a calcinacci e sassi sotterrati
 si nota, a malapena, la corolla di una primula rossa.
Un raggio di sole balugina sulle panchine verdi
ai lati del sentiero.
In qualche frammento di tempo
si disperde l’essenza di tutta la bellezza intorno.
Il complicato si risolve con un intreccio di sguardi.
Nel parco delle lodi e delle allodole
chi cerca se stesso
sogna e si ritrova ricolmo di speranza
con una primula rossa impolverata e solitaria
che indica il cammino.