domenica 29 giugno 2014

CENTO GRAMMI DI CARTA. Il peso della periferia.

L’altro giorno a Moncalieri, vicino Torino, si è suicidata una ragazza di circa venti sette anni. Un volo di diversi metri, dall’ultimo piano di un parcheggio. Una ragazza bellissima, di sicuro. No, non l’hai conosciuta
per davvero, nemmeno fisicamente. Ma le ragazze di periferia hanno sempre una spinta maggiore che le rende uniche. È sempre così che si dice in certe occasioni. Nel biglietto d’addio rassicura i suoi genitori: “Non è colpa vostra”. Morire suicida a ventisette anni.  Un tipo di avvenimenti che genera solo la periferia. La periferia genera pensieri. È sempre stato così. Tutto sembra più cupo. Tutto sembra più triste. Ogni tanto il rumore di una macchina che sfreccia lungo stradoni profondi e vuoti.  Vuoti, con l’asfalto grigio e consumato con i segni di gomma nera, evidenti in alcuni tratti. Di tanto in tanto un gruppo di case. Tutto intorno campagna, appezzamenti di terreno.  Con il verde degli alberi che cambia da marzo a settembre. Tutte le periferie si somigliano. La sera, volgendo lo sguardo verso la campagna buia, viene un senso di smarrimento, di disagio.   In alcune occasioni, con la luna bassa e luminosa e un bel cielo stellato si ottiene un ricongiungimento con madre natura ed ogni cosa sembra unica. Le periferie possono sorprendere anche il più cinico degli esseri umani. A lungo andare si tende a fare l’abitudine. L’occhio, e il cervello di conseguenza, si lascia ingannare dalla solita visione.  Ventisette anni,  magari tante ambizioni. Una delusione d’amore. Persone così sentono il bisogno di continue motivazioni. Al di là delle proprie capacità, oltre le proprie previsioni. Fa spesso affidamento al genere umano tutto. Un genere di cose che accade solo in periferia.  Chi ha la possibilità di spostarsi, conoscere il Mondo, cercare opportunità, appena può scappa. Magari rinunciando anche a conoscenze interessanti, possibili incontri fatali col destino. Ma chi crede più al destino. Ognuno decide il proprio, con decisione e tanta amarezza. Come una voglia inconscia di fuggire, anche da se stessi. Chi vive in periferia si sente come stretto in una morsa, passata una certa età.  Nonostante il legame con la “sua periferia”. Una sorta di stupro morale autoimposto. Un pensiero continuo: “Vorrei restare e migliorare le cose perché sono in grado di farlo. Però ci vuole del tempo, molto tempo e rischio di perdermi il periodo migliore della vita.” Chi non può scappare, resta col pericolo di impazzire e buttarsi di sotto, moralmente e fisicamente.  Chi può scappare cerca di combattere con se stesso fino all’ultimo, ma scappa alla ricerca di un arricchimento personale, cercando di affrontare ogni nuova esperienza al massimo. Per poi tornare sempre. Una sorta di meccanismo automatico. Un meccanismo del cazzo, se ci pensate. Combattere e costruire. Un’opportunità, una fuga. Il caso, il destino. Mentre si costruisce da un lato, dall’altro crolla tutto. Posti nuovi, gente nuova. Vita. Legami difficile da instaurare, certezze che svaniscono lentamente. Destino? Caso? Forza di volontà? La periferia genera tutto ciò. Di corsa, continuamente. A rincorrere le proprie emozioni, le proprie sensazioni.  Le esperienze passate e future si accavallano. La solita cazzo di periferia. Chi può scappa. I più fortunati si ritrovano. I più sfortunati piombano in un’altra periferia. Caso, sfortuna? Ci vuole spirito di adattamento. Abominevole sfortuna. Un po’ di tempo e ritorna la solita routine. La voglia di spaccare il Mondo per poi ritrovarsi con un pugno di mosche morte stecchite in mano. Cerchi di conoscere le persone piano – piano. Molti pensano a se, senza il bisogno di spiegare nulla. È anche giusto. Naturale selezione della specie. Altri vorrebbero conoscerti meglio. Poi c’è l’attrazione  fatale. Fisica e mentale. Fuggire per poi tornare, per fuggire ancora e ancora.

Morire suicida a ventisette anni. Ritrovarsi alla periferia di una grande città e di se stessi senza la forza di reagire. Le persone in grado di comunicare sono rimaste in poche. Non succede per mancanza di capacità, di interessi o per piattume mentale. Avviene per abitudine. Chi si garantisce una possibilità di futuro, se ne fotte. Vive calmo. Chi si batte contro se stesso, fuggendo dai propri affetti, lottando contro i propri demoni. Contro le aspettative della gente, non riesce a fermarsi. Impulsi continui. Vedi un po’ che mostri genera ‘sta cazzo di periferia. Un abbraccio che deve essere dato in un preciso istante. Una lunga chiacchierata benefica. Già, la comunicazione. Di se a se e di se agli altri. Una cosa necessaria per l’essere umano. Prendere la realtà per ciò che descrive. Arricchirla di particolari, all’apparenza insignificanti. Viverla e raccontarla a se e agli altri. Farsi rincorrere dalle emozioni e dalle sensazioni. Forse per la povera ragazza di ventisette anni era arrivato il momento di partire per poi tornare. Non ha avuto il coraggio di raccontarsi, di aprirsi. Non ha avuto il coraggio di tradire la sua personale e triste e stupenda periferia.  La paura di dover partire, la stessa paura che affligge ciascuno prima di ogni partenza, abbandonare tutto con il rischio di non poter tornare più. Che odio e smisurato amore la periferia. Gli stradoni vuoti e la natura ispiratrice sprigionano fantastiche sensazioni che rendono tutto più vivo. Con le case ai lati che sono piene di occhi e sguardi curiosi. I soliti occhi stolti, incapaci di comprendere intelligenza superiore. Non hai nessuna colpa, bellissima e coraggiosa ragazza di ventisette anni. Morta suicida da un parcheggio di periferia. La tua personale periferia. Addio, ragazza stupenda e di intelligenza superiore, il tuo sacrificio verrà ripagato con cento grammi di carta e di inchiostro. Ciascuno deve riprendersi, con immane forza di volontà, la sua periferia.