venerdì 29 agosto 2014

COME DIAMINE SI SCRIVE?

VIVI
 E LASCIA VIVIDE
 LE TUE SENSAZIONI

Capita spesso di svegliarsi prima di dormire. Quando cerchi di rivivere alcuni momenti del passato con la mente. Quando cerchi della vita iniziano a chiudersi per poi riaprirsi subito dopo. L’eterno ritorno dell’uguale espresso da F. Nietzsche, o come diamine si scrive, rende al meglio l’idea. Le combinazioni si ripetono all’infinito. Sintetizzata così può sembrare ovvia.
Capita spesso di svegliarsi dopo aver dormito. Fino a quando l’eterno ritorno cessa di funzionare. Pensare a se per mostrarsi agli altri. Il mondo gira così perché tutto ruota sempre attorno a questo meccanismo. Si compiono gesti meccanici in virtù del dover essere un qualcosa per apparire a qualcuno.  E non parlo di madonne. No, non è la sagra del qualunquismo.
I gesti meccanici ci rendono molto più simili ad una macchina programmata per agire in una certa maniera. Salvo poi trovare qualche ingranaggio scassato.
Lucifero dovrebbe essere la stella (che poi è un pianeta, Venere per l’esattezza) più luminosa prima che il sole sorge. E come macchine programmate, voi che state leggendo non vi aspettavate questa affermazione random.

Ecco. Bisogna viverla così la vita. Pensando, sì, che sia un eterno ritorno all’uguale; un continuo ripetersi di opportunità, di casi e di possibilità molto simili tra di loro, ma con la capacità di salvarsi con la decisione random cercando di svegliarsi pensando a se stessi non per fuggire da se stessi, ma per andarvi in soccorso. Nel corso della vita prevediamo sempre gli imprevisti, ma non ne possiamo conoscere la grandezza.

domenica 29 giugno 2014

CENTO GRAMMI DI CARTA. Il peso della periferia.

L’altro giorno a Moncalieri, vicino Torino, si è suicidata una ragazza di circa venti sette anni. Un volo di diversi metri, dall’ultimo piano di un parcheggio. Una ragazza bellissima, di sicuro. No, non l’hai conosciuta
per davvero, nemmeno fisicamente. Ma le ragazze di periferia hanno sempre una spinta maggiore che le rende uniche. È sempre così che si dice in certe occasioni. Nel biglietto d’addio rassicura i suoi genitori: “Non è colpa vostra”. Morire suicida a ventisette anni.  Un tipo di avvenimenti che genera solo la periferia. La periferia genera pensieri. È sempre stato così. Tutto sembra più cupo. Tutto sembra più triste. Ogni tanto il rumore di una macchina che sfreccia lungo stradoni profondi e vuoti.  Vuoti, con l’asfalto grigio e consumato con i segni di gomma nera, evidenti in alcuni tratti. Di tanto in tanto un gruppo di case. Tutto intorno campagna, appezzamenti di terreno.  Con il verde degli alberi che cambia da marzo a settembre. Tutte le periferie si somigliano. La sera, volgendo lo sguardo verso la campagna buia, viene un senso di smarrimento, di disagio.   In alcune occasioni, con la luna bassa e luminosa e un bel cielo stellato si ottiene un ricongiungimento con madre natura ed ogni cosa sembra unica. Le periferie possono sorprendere anche il più cinico degli esseri umani. A lungo andare si tende a fare l’abitudine. L’occhio, e il cervello di conseguenza, si lascia ingannare dalla solita visione.  Ventisette anni,  magari tante ambizioni. Una delusione d’amore. Persone così sentono il bisogno di continue motivazioni. Al di là delle proprie capacità, oltre le proprie previsioni. Fa spesso affidamento al genere umano tutto. Un genere di cose che accade solo in periferia.  Chi ha la possibilità di spostarsi, conoscere il Mondo, cercare opportunità, appena può scappa. Magari rinunciando anche a conoscenze interessanti, possibili incontri fatali col destino. Ma chi crede più al destino. Ognuno decide il proprio, con decisione e tanta amarezza. Come una voglia inconscia di fuggire, anche da se stessi. Chi vive in periferia si sente come stretto in una morsa, passata una certa età.  Nonostante il legame con la “sua periferia”. Una sorta di stupro morale autoimposto. Un pensiero continuo: “Vorrei restare e migliorare le cose perché sono in grado di farlo. Però ci vuole del tempo, molto tempo e rischio di perdermi il periodo migliore della vita.” Chi non può scappare, resta col pericolo di impazzire e buttarsi di sotto, moralmente e fisicamente.  Chi può scappare cerca di combattere con se stesso fino all’ultimo, ma scappa alla ricerca di un arricchimento personale, cercando di affrontare ogni nuova esperienza al massimo. Per poi tornare sempre. Una sorta di meccanismo automatico. Un meccanismo del cazzo, se ci pensate. Combattere e costruire. Un’opportunità, una fuga. Il caso, il destino. Mentre si costruisce da un lato, dall’altro crolla tutto. Posti nuovi, gente nuova. Vita. Legami difficile da instaurare, certezze che svaniscono lentamente. Destino? Caso? Forza di volontà? La periferia genera tutto ciò. Di corsa, continuamente. A rincorrere le proprie emozioni, le proprie sensazioni.  Le esperienze passate e future si accavallano. La solita cazzo di periferia. Chi può scappa. I più fortunati si ritrovano. I più sfortunati piombano in un’altra periferia. Caso, sfortuna? Ci vuole spirito di adattamento. Abominevole sfortuna. Un po’ di tempo e ritorna la solita routine. La voglia di spaccare il Mondo per poi ritrovarsi con un pugno di mosche morte stecchite in mano. Cerchi di conoscere le persone piano – piano. Molti pensano a se, senza il bisogno di spiegare nulla. È anche giusto. Naturale selezione della specie. Altri vorrebbero conoscerti meglio. Poi c’è l’attrazione  fatale. Fisica e mentale. Fuggire per poi tornare, per fuggire ancora e ancora.

Morire suicida a ventisette anni. Ritrovarsi alla periferia di una grande città e di se stessi senza la forza di reagire. Le persone in grado di comunicare sono rimaste in poche. Non succede per mancanza di capacità, di interessi o per piattume mentale. Avviene per abitudine. Chi si garantisce una possibilità di futuro, se ne fotte. Vive calmo. Chi si batte contro se stesso, fuggendo dai propri affetti, lottando contro i propri demoni. Contro le aspettative della gente, non riesce a fermarsi. Impulsi continui. Vedi un po’ che mostri genera ‘sta cazzo di periferia. Un abbraccio che deve essere dato in un preciso istante. Una lunga chiacchierata benefica. Già, la comunicazione. Di se a se e di se agli altri. Una cosa necessaria per l’essere umano. Prendere la realtà per ciò che descrive. Arricchirla di particolari, all’apparenza insignificanti. Viverla e raccontarla a se e agli altri. Farsi rincorrere dalle emozioni e dalle sensazioni. Forse per la povera ragazza di ventisette anni era arrivato il momento di partire per poi tornare. Non ha avuto il coraggio di raccontarsi, di aprirsi. Non ha avuto il coraggio di tradire la sua personale e triste e stupenda periferia.  La paura di dover partire, la stessa paura che affligge ciascuno prima di ogni partenza, abbandonare tutto con il rischio di non poter tornare più. Che odio e smisurato amore la periferia. Gli stradoni vuoti e la natura ispiratrice sprigionano fantastiche sensazioni che rendono tutto più vivo. Con le case ai lati che sono piene di occhi e sguardi curiosi. I soliti occhi stolti, incapaci di comprendere intelligenza superiore. Non hai nessuna colpa, bellissima e coraggiosa ragazza di ventisette anni. Morta suicida da un parcheggio di periferia. La tua personale periferia. Addio, ragazza stupenda e di intelligenza superiore, il tuo sacrificio verrà ripagato con cento grammi di carta e di inchiostro. Ciascuno deve riprendersi, con immane forza di volontà, la sua periferia.

giovedì 22 maggio 2014

UNA FREDDURA AL SOLE (OPERA DI MASSIMA ISPIRAZIONE CONTINGENTE)

All'orizzonte scorgo una casa. Faccio uno scatto degno di un bradipo che non ha fretta particolare
e nel breve volgere di qualche ora sono sull'uscio. Starnutisco, sudo freddo.
Impossibile visti i quaranta
gradi che accompagnano questa giornata. Sprizzo allergia da tutti i pori.
Non riesco a muovermi con agilità.
Sono sovrappensiero. Sono sovrappeso. Quando torno mi metto a dieta,
una cura dimagrante a base di autostima.
Tutto intorno deserto. Non deserto sabbioso. Un deserto vuoto, desolato.
Mi spiego meglio. Pieno di alberi,insetti silenziosi ma vistosi.
Gli alberi sembrano sul punto di parlare, ma per vergogna non
aprono bocca. Non si muove una foglia. Gli insetti volano, da fiore a fiore.
Cosa li rende irrequieti? Credo che sentano il bisogno
di spostarsi per ventilarsi. Stando fermi, è risaputo, il caldo non lo affronti facilmente.
Porca miseria, mi sono promesso di non usare
avverbi. Non riesco mai a mantenere i buoni propositi. Ma è solo una mia teoria.
Quella degli insetti, intendo.
Nessun segno di vita umana nel giro di chilometri. Vero, non posso esserne certo.
Ma me lo sento.
Sono sudato e appiccicaticcio, continuo a starnutire come un pinguino col raffreddore.
Voglio solo farmi una doccia. Chissà se qui hanno l'acqua. Non posso più temporeggiare,
non mi devo intalliare, non ho più alibi. Mi hanno sempre insegnato che l'alibi non fa il monaco.
Nel senso del provolone (ne vado ghiotto). Continuo a divagare. Busso e mi sembra un buon gioco.
Il buon gioco si vede dal mattino. La porta è chiusa e con due colpi di bussata si schiude.
Quando ho la giornata impegnata tutto mi sembra scorrere così dolcemente, in maniera soave.
Ecco, di nuovo un avverbio. Ma non mi sembra il
momento di buttarla sul poetico, non mi consento di cambiare stile di  punto in bianco.
Con lo sguardo penetro quella fessura di circa tre centimetri e mezzo creata dalla porta
schiusa. Col braccio apro la porta, chiedo scusa ed entro. Ci sono mobili di legno.
Il pavimento di legno. Un flacone da un litro di detersivo per legno ancora inspiegabilmente pieno.
Ragnatele e polvere ovunque. E grazie al c****, penso tra me e me, se qualcuno avesse avuto
il buon senso di usare quel pronto legno. Ma è il momento meno opportuno per mettersi
a pensare come una massaia inviperita e senza alcuna passione particolare. Potrebbe
essere la casa di Pinocchio. O forse di Geppetto, è lui il falegname dei due.
Varco la soglia
della seconda stanza. Un letto. Di legno. Cornici vuote appese senza un ordine preciso.
Di legno, le cornici e l'ordine preciso. Resto in piedi, difronte al letto. Sudo freddo
ed ogni trenta secondi starnutisco. Sarò allergico al legno. Però l'allergia alla polvere mi pare
più plausibile oltre che più diffusa. Quando torno a casa, se ci torno, devo fare una prova allergia.
Sono dentro da dieci minuti ed ecco che mi parte il settantacinquesimo starnuto (stavo starnutendo
già quando ero lì fuori). Mi giro e dietro di me noto un'altra piccola stanza. Un trionfo
della ceramica. Certo le mattonelle fucsia e il vasellame blu elettrico. Però pensandoci, Geppetto
era diabetico e il diabete porta problemi seri alla vista. Nell'angolo del bagno scorgo la doccia.
Più in fretta che in furia mi spoglio, entro in doccia e aziono il getto. L'acqua c'è, ma non esce calda.
Cazzo, non mi ci voleva proprio questa doccia fredda.

venerdì 9 maggio 2014

ULTIMO TANGO



Questo
Questo è l’ultimo tango
L’ultimo tango che ti canto
Vertiginoso e a ritmo lento
L’ultimo tango tra me e te.
Penso
Faccio fatica ad inseguire
 singoli passi di passione
la pista rossa dei mie nervi
tesa e nervosa non sa star.
Luce
soffusa e tanta gente intorno
i piedi cedono di schianto
io mi decido e non ritorno
un tuo sorriso e poi l’incanto
Giro
Le spalle ferme contro il muro
Il tuo silenzio a muso duro
Le braccia tese e poi ti tengo
Ferma e leggera su di me
Guardo
Scorre veloce la tua gamba
Che sui miei fianchi si accavalla
Questo mio tango ormai è finito

L’ultimo tango tra me e te.

giovedì 1 maggio 2014

LA PRIMULA

Nel parco delle lodi e delle allodole
 tra cento biciclette e corridori di ogni età
balza agli occhi quello che non c’è.
 Non molto distante
 sulla strada
 il traffico di auto non cessa.
 Nel vecchio rudere abbandonato
 in mezzo a calcinacci e sassi sotterrati
 si nota, a malapena, la corolla di una primula rossa.
Un raggio di sole balugina sulle panchine verdi
ai lati del sentiero.
In qualche frammento di tempo
si disperde l’essenza di tutta la bellezza intorno.
Il complicato si risolve con un intreccio di sguardi.
Nel parco delle lodi e delle allodole
chi cerca se stesso
sogna e si ritrova ricolmo di speranza
con una primula rossa impolverata e solitaria
che indica il cammino.

venerdì 4 aprile 2014

APOLOGIA DEL NON EFFIMERO: TRISTEZZA PER UN TANGO MAI BALLATO.

Si prenda, ad esempio, una serata in compagnia di gente che non avevi mai visto prima.
Si prenda una cena/festa di laurea. Tu non vorresti isolarti. Dalla tua hai un bel completo marrone, con una camicia color glicine. Il capello fresco fatto e i baffi portati con la solita eleganza da lord.
Interagisci quel poco che basta. Ascolti, soprattutto. Bevi e mangi. In fondo non ti interessa molto delle persone che sono lì. Escludendo la festeggiata, della quale sei amico. Non che siano poco interessanti, anzi. Non che tu ti senta superiore. Solo che la tua mente è rivolta ad altro.
Si potrebbe brindare al futuro. Meglio di no. Meglio mangiare, provare ad ascoltare ed altri verbi. All’infinito. E bevi e ascolti. Fino ad uno stato di leggerezza da alcool.

E ti viene da piangere e ridere allo stesso momento. All’infinito.
Come la tristezza per un tango mai ballato.

martedì 1 aprile 2014

CADILLAC RECORDS (C’ERA UNA VOLTA GENNARINO)



Può una bottiglia di plastica
frantumarsi in mille pezzi?
Chi sa, sa. Chi non sa, saprà!
A Gennarino
Correva l’anno e che anno.
Più che una corsa, un viaggio. Una stanza tripla +1 (+1+1+1+1…) all’interno di un complesso per studenti universitari per soli uomini. Una stanza ben arredata e con il posto auto. Una Cadillac Eldorado del 1953. Più che una stanza tripla, un cazzo di centro sociale.  Un continuo viavai di persone. Scambio di idee, opinioni. Rifornimenti vari. La solita fitta nebbia. Le partite a tressette con o senza morto.
Il centro d’eccellenza. L’eccellenza del cazzeggio.
Ma iniziamo dall’inizio.
Che ricordi. E chi se li ricorda. Correva l’anno accademico 2004/2005. C’erano due filosofi e due medici. Aspiranti. Una questione di sinergie. Quattro ventunenni, che non fanno un ottantaquattrenne, pronti a conquistare il Mondo.
Un basso, una chitarra. Un amplificatore. Musica a palla. Cd pirata e film pirata. Correva l’anno della pirateria. Il caffè col fornelletto. La cosa meno illegale che potevamo avere. Che viaggi e che personaggi.  E che musica.
Che fumate. Tendenzialmente del nero afgano. Raramente  erba. Quando c’era si faceva in modo di farla durare più a lungo possibile. Due ore al massimo. E le quattro mura si aprivano verso infiniti orizzonti.
Quali ovizzonti.
Quella sera che sbadatamente uno dei quattro fece cascare una prova inconfutabile sul balcone della direzione. E la mattina seguente, con un laccio e la penna bic per recuperare il corpo del reato.  Che nemmeno MacGyver.
Quella cena, prima del commiato di fine anno. L’ultima cena prima dell’arrivederci. Il sartù di riso.
Ah, che ricordi.
Le notti con ospiti monologhisti calabresi, nel buio della stanza. A rollare sigarette ed altre storie.
 Bottiglie di vetro da sessantasei che ad un certo punto si riscaldavano. E non si poteva bere più. E ci davamo malati.
Il fumato bianco e il nano. L’extraterrestre e ‘o pruffsore.  Ingegneri come se piovesse.
Giganti sardi che alla vista di un po’ di sangue cadevano di lungo sul pavimento. Che storie.
E quel letto rialzato per una sponda abbattuta a peso morto. Sembrava proprio una cadillac Eldorado.
Sicuramente uno dei periodi con meno pensieri della mia vita. E sembra ieri. Qualche protagonista si è perso per strada. Qualcuno di strada ne ha fatta davvero tanta.

Ognuno di quei personaggi e questo è certo, verrà sempre ricordato per essere stato parte della leggendaria tripla + 1. E questo è quanto e non è mai abbastanza.

sabato 29 marzo 2014

L’ARTE COME PARANOIA

Ecco, sono le due o sono le tre? Dormiremo un’ora in più o una in meno?
 Io non dormirò affatto. Poi non me ne frega niente dell’ora. Ultimamente ho come la sensazione di trovarmi sempre nel posto sbagliato e la compagnia non c’entra nulla.
Quando torni a casa e vuoi scrivere, non guardi l’orologio, hai in mente solo lettere. Le solite lettere che si mischiano alle solite due grappe.
 Mi ritrovo qui a parlare con un foglio. Un foglio che ascolta e assorbe tutto. Due grappe ed un litro di vino. Da molto tempo non bevevo così. Da qualche notte osservo il cielo, in maniera costante.
Pieno di stelle. Fisse e pallide, le stelle. Illuminati e splendenti i miei occhi.
Pallide, ferme, come se fossero dipinte da qualcuno. Occhi illuminati e splendenti.
Illuminati da una luce invisibile che solo qualche mente riesce a scorgere. Resto fermo e le mie labbra si muovono. Vorrebbero urlare il tuo nome. Urlarlo fino a perdere la voce, fino a fartelo sentire.
I classici pensieri che portano altri pensieri. Pensieri sintetizzati in pippe mentali, in paranoie. Le solite paranoie notturne.
Urlare il tuo nome e chiederti come stai. Potrebbe partire una telefonata da un momento all’altro. Un rischi elevato. In sottofondo le solite note.

Infondo la scrittura è solo una forma d’arte e l’arte in quanto tale è creazione, pura fantasia.

sabato 22 marzo 2014

UNO, NESSUNO ED ESTREMA CALMA

Con calma, con estrema calma, ma raggiungo sempre i miei obiettivi (potrei scriverlo anche con due b, ma solo se si tratta di obiettivi più grossi). Che poi la signorina Estrema Calma è davvero molto simpatica. Adesso non ricordo quale fosse il suo nome e quale il suo cognome. Forse posso ricordarmelo tra un po'. Ricordo solo che era estrema in tutto. Aveva delle estremità favolose. Non devo divagare. Quando mi prefisso (02 per chi mi ama da fuori Milano) un punto preciso da raggiungere, ci giro in torno per un po' e lo centro in pieno dopo qualche tempo, quando nessuno se lo aspetta. Nemmeno il punto ed è proprio questo il punto, sono combattivo ed estremo, all'apparenza pigro ma anche all'essenza. Appaio pigro poi d'improvviso scompaio pigro. Nessuno se ne accorge. Questo Nessuno è sempre stato un tipo intuitivo. Ma dico io, non tiene altro da fare che seguire tutte le mie mosse? Ora è il momento di voltare pagina. Sto leggendo un libro bellissimo. Spesso capita che io rilegga la stessa pagina più volte. Girandola e rigirandola. Fino a farla diventare una pagina rivoltante e rivoltata. Un libro che mi vede autore e protagonista. La storia di uno come me, anzi, facciamo di un me, che cerca di camminare tra lo stile e l'ostile. Che di fatto non vuol dire niente, però è un giochetto di parole che ho in mente da tanto tempo e volevo inserirlo a caso da qualche parte. Ad un certo punto del racconto incontro nessuno con estrema calma e da lì poi prosegue la storia. Una storia che è anche un po' filosofia con la speranza, un giorno, di poter usare la parola freddura per fare una freddura. Così da creare un diversivo che lasci un profumo di nuovo. O era un detersivo. Che storia. Tutta da scrivere. Tutta da prenderla con filosofia. E se la prendono sempre con lei.

giovedì 20 marzo 2014

COME IL PETROLIO APPENA ESTRATTO

Erano tempi bui. Ed è risaputo, mogli e bui dei paesi tui.
La vedo ancora la luce infondo al tunnel. Ne vedo il riflesso alle mie spalle. Davanti il tunnel è ancora molto lungo.
Le solite strade tortuose da seguire.
Quella luce potrebbe guidare il mio cammino. Il giorno è ancora molto lungo. Non posso stare a vedere a questo punto, posso solo continuare a camminare. Le solite scarpe nere. Consumate all'esterno del tacco. Le ho già fatte aggiustare due volte. Centinaia di chilometri percorsi. Tonnellate di asfalto calpestate. Dovrei farle aggiustare ancora. Sono senza tempo. Anche le scarpe dureranno molto. Già riesco a vedere il giorno del mio funerale. Che io venga cremato, lo scrivo adesso e le mie ceneri gettate in mezzo al mare o in cima a una montagna: "S'innamorò di tutto e visse di gioie e delusioni e paranoie. Senza provar rancore senza tener rimorsi. Conquistò quello a cui più teneva. Si sposò due volte lasciando in questo Mondo cinque figli. Due femmine, due maschi ed un bel libro. I sei fratelli affranti dal dolore, lo porteranno sempre dentro al cuore. Spegnendosi in maniera prematura, assieme alla sua ultima sigaretta, gustò fino all'ultimo il sapor della paura." I miei amici perderanno i sensi per aver troppo bevuto. Dopo dodici ore dal decesso, rideranno di gusto delle cazzate fatte assieme. Le due mie ex mogli, mi ricorderanno con affetto distaccato. Specialmente una, che il cuore mi ha strappato. I miei quattro figli litigheranno per le mie cose che il pargolo cartaceo procurò. Sessantacinque anni, troppo presto. Questo lo dite voi, care persone. Avrei potuto ancora consumar le scarpe, le stesse scarpe nere dei trent'anni. Asfalto nuovo da calpestare, il suo odore vivo da aspirare. Ma adesso devo andare, non c'è tempo. Non dico dove vado anche perché non lo so. Sarà sicuro un posto fatto a mia misura, adesso vado poi vi racconterò.

mercoledì 26 febbraio 2014

LA VERSIONE DI DANTE

D'eh. Quasi, quasi mi avvicino con un fiore. Lei è Beatrice che il futuro predice. Chi sa cosa le frulla per la testa. Già, la mia Beatrice. Un fiore, cosa vado mai a pensare. Con tutti questi problemi che ho con i Guelfi, i Ghibellini e i bianchi e i neri. I soliti problemi medievali. Non potevo nascere nel millenovecentoottanta? Che storia. Milleduecentoottantaquattro. Ogni volta che ripeto questa cifra mi fischiano le orecchie. Chi sono? Il Sommo Poeta. Dante Alighieri in persona. Mi tocca patire le pene dell'inferno. Sono un imbranato, un passaguai. La prima volta che l'ho incontrata avevamo io nove e lei otto anni. Colpo di fulmine. No, per carità. Non l'ho avvicinata. Le scrissi qualche verso, diciamo un migliaio di versi. L'ho rivista una decina d'anni dopo. Stupenda e intelligente. Forse un cincinino sboccata. Pare mi abbia soprannominato Canappione. Per via, sì, suvvia, avete capito. Codesto naso che mi ritrovo. Però tutti mi rispettano. Sicuramente passerò alla storia per questo progetto al quale sto lavorando. Sono un vero visionario. Oddio, ci sono accuse forti contro il Papa e contro i governi. Rischio di essere radiato dal circolo degli intellettuali di spicco, rischio di essere messo al bando. Ma chissene, quando devo dire una cosa la dico. Magari in maniera allegorica, ma la dico. Lei? Lei che c'entra? Mi è stata promessa in sposa e mi deve aspettare. Anche se credo che le piaccia quello lì, quel rude villano campione di calcio fiorentino. Lasciamo stare. Mi sono giunte certe voci di lei che si permette di guardare facendo finta di camminare ad occhi bassi. Dovrebbero sbatterla subito in convento!
Scusate, adesso vi leggo una cosa che o scritto per lei:

"Tanto Gentile e tanto onesta pare."

Bellissima, vero? Come, dite di no? Forse avrei dovuto scrivere " Tanto gentile e tanto onesta è!" Avete ragione, ve l'ho detto che sono imbranato. Addirittura alle volte penso che non dovrei proprio scriverle. Magari lei non vuole essere "cantata". Che suona anche male. Non lei, il termine, il modo di dire. Ma a chi non farebbe piacere essere cantata da me, il Sommo Poeta? Venderò tantissimi libri. E abbi pazienza bella Beatrice mia. Non so se hai presente una terzina incatenata di versi endecasillabi. Altrimenti che chieda le rime ad un altro poeta e si finisce con codesta storia.


No, scherzi a parte credo di dover correre da lei, muovere le mosse per primo. Altrimenti quella li scappa con il fuoriclasse ed io ci rimango male. Sicuramente ne verrebbe fuori un altro capolavoro.

martedì 25 febbraio 2014

CAPITOLO SECONDO




Non mi è mai andato di stare fermo. Sono un pigro che ha bisogno di muoversi. Sono uno zingaro. Ho bisogno di variazioni sul tema. Nei momenti topici riesco sempre a tirare fuori la giusta grinta. Queste due settimane sono volate. Hanno portato qualcosa di buono. Nuova linfa vitale, sicuramente. Dovrei tornare a breve. Vi tengo aggiornati, non preoccupatevi. Mi servono i particolari, le sfaccettature. Ne ho bisogno per comprendere il tutto. Riesco a farlo solo spostandomi. Qualcuno sostiene che solo fermandosi si può avere la visione completa degli avvenimenti. Bene, per me è vero il contrario. Soltanto camminando  riesco ad orientarmi, ad avere la visione d'insieme. Questa volta ci sono voluti una decina di giorni. Alle volte me ne bastano due. Per un po' non farò quello che mi piace. Prima o poi ci riuscirò. Tocca impegnarsi tanto. Con distacco riesco a comprendermi. Per questo le partenze mi agitano. L'ho compreso con un po' di ritardo, ma ci sono arrivato. Alle volte può bastare un nuovo paesaggio, una nuova versione della natura delle cose. Ho tenuto distratto il mio intuito. Complice anche questa insonnia bastarda. Il balcone sul quale fumo s'affaccia su un laghetto. Piccolino. Con qualche papera. Alcune tartarughe che nelle giornate di sole si appoggiano sui tronchi lungo le rive, per riposare. La sera, al momento dell'ultima sigaretta di giornata, vedo il riflesso di questi palazzoni di mattoni e cemento che sprofonda giù per questo sputo nell'universo. Ma la cosa che rende unico questo laghetto è l'increspatura nonostante l'assenza di vento. Nel centro si sollevano piccole onde. C'è sicuramente una spiegazione. Ma questo particolare mi attira. L'acqua si muove e forma queste piccole onde e si riprende la posizione che gli spetta. Prende quello che vuole, con una forza leggiadra. Tra lo stupore di chi osserva. Tutt'intorno le luci artificiali e non danno un tocco di realismo. Reale come solo un paesone alla periferia di una grande città può essere. Ecco. Ogni mio viaggio, ogni mio spostamento, breve o lungo che sia, aggiunge qualcosa alla mia vita. Adesso ho ben chiaro quello che voglio fare e le persone delle quali ho bisogno. Questa volta è molto più evidente. Cercherò di farlo in punta di piedi, ma con falcate da gigante. Adesso mi sento molto più leggero.

giovedì 20 febbraio 2014

SEMPRE IL DOPPIO: DIAOLOGO TRA ME E ME




IO Faccio fatica a celarmi. Ed è tutto un unico pensiero. Le mie giornate ultimamente nascono e muoiono così.
ME Vabbuo, adesso vestiti e scendi. C'è da girare parecchio. E non pensarci.
IO Facile a dirsi. Fai tutto facile tu. Con la tua sfrontatezza, le tue cento idee al secondo, il tuo ottimismo.
ME Scusa, tu ti sei preso la briga di fare il biglietto del treno, sei venuto fino a qua e vorresti startene a casa a poltrire?
IO Perché no? Poi mi fa male la schiena. Questo mi sembra un buon motivo. Poi mi ha preso l'ansia.
ME E quando non non è la schiena è il tallone. E poi c'è l'ansia. Ma falla finita, fammi il piacere. Non ti facevo così rinunciatario e lamentoso.
IO Infatti non lo sono. Sei tu che sei ingombrante. Ti prendi confidenze che non ti competono. Altrimenti IO farei tutto con calma, con i miei tempi.
ME E sì, poi ti rovi a quarant'anni senza niente in mano, a piangerti addosso. In tutti i sensi. Senti a ME
IO Dai, facciamo che stamattina voglio darti retta come fai tu con me tante volte. Mi vesto, scendo e cammino verso mete sconosciute, con questo freddo umido. Comunque non sono pessimista, sono realista. E mi è passato anche il mal di schiena.
ME Hai visto, caro il mio realista? Pigliati 'sto cazzo di pullman, vai alla metro e non ci rompere le palle. Ieri pure ti lamentavi e sei riuscito a fare quello che avevi programmato di fare.
IO Sì, giusto. Però è stato un inferno. Sudavo. Freddo e caldo. Pensavo a lei e andavo in ansia. Pensavo al futuro e mi saliva il panico. Pensavo al dolore alla schiena e mi sentivo svenire.
ME Ti ci devi abituare e comunque continuavi a camminare. Sei una cazzo di roccia. Sei riuscito a perdere un sacco di peso, cosa vuoi che sia una passeggiata a Milano?
IO E che sono tutti questi complimenti? Un po' è stato anche merito tuo, dai. Su alcune cose la pensiamo allo stesso modo. Per fortuna, altrimenti sarebbe un inferno.
ME Bravo! Ultimamente mi sono stupito. Vero, abbiamo passato dei bei momenti, ma si doveva tagliare, avevi ragione tu.
IO Ogni tanto...Però l'ansia non vuole andar via. La paura di perderla e il pensiero è sempre più fisso.
ME Se tu non avessi tutte le tue fisime...Nel frattempo hai camminato abbastanza, sei agenzie le hai "battute".
IO E tu hai parlato al telefono ed hai risolto quella questione. Se ci sentisse Erasmo da Rotterdam, ci citerebbe nel suo "elogio della follia".
ME Io conosco orgasmo da Rotterdam. Un ragazzo che in erasmus in Olanda scopava come un riccio.
IO Come sei sboccato. Colto, ma sboccato. Pensiamo alle cose serie, adesso dove andiamo?
ME Bhe, è mezzogiorno e mezzo. Pausa in piazza Duomo?
IO Va bene. Guarda che coincidenza. La seconda volta che vengo a Milano e c'è la settimana della moda. Anche questa volta.
ME Sarà pieno di modelle!!! Però mi raccomando, ho visto che ci sono tre librerie. NON COMPRARE LIBRI! Altrimenti mi vedo costretto a tagliarti le mani.
IO Già, le modelle. Ma se lei fosse qui, altro che modelle ( Oddio, non esageriamo adesso). Ora mi raffiroano tutti i ricordi di quella bella settimana. Che bellissima esperienza.
ME Guarda che cazzo di sole che è uscito! Girati ed alza la faccia. Avresti mai detto che a Milano usciva una giornata così?
IO No, mai. Anche se alcuni racconti parlano di giornate di sole e venticinque gradi. Leggende. La devi finire di ragionare per luoghi comuni.
ME Ah, io devo finire di ragionare coi luoghi comuni? Tu, piuttosto, invece di pensarere sempre alla stessa cosa, non ti sei accorto che cammini con la massa, vai dove vanno tutti. Fai come sempre. Fatti venire un colpo di genio, un attimo estroso, un po' di fantasia. Cambia rotta!
IO Forse hai ragione.
ME E non comprare libri...Aspetta, aspe', guarda quello che si è messo addosso!
IO Sì, risulta alquanto ridicolo.
ME Ridicolo? Che s'è mis 'ncuoll, 'nu tappeto indiano? Quel cappotto pezzatto ha più peli di un pastore maremmano. Nun se mette scuorno a girare così?
IO Sei sempre così colorato nelle tue osservazioni, stai calmo.
ME Hai visto, comunque, è stato facile. Hai visitato in un solo giorno una decina di agenzie. Hai avuto una mezza conferma. E te si accattato tre libri, mannaggia chi t'è vivo!
IO Guarda che non li compro per bellezza. Li leggo, prima o poi li leggo. Lo sai, però, mi sto abituando a te. Sembri molesto ma in realtà hai un perché.
ME Ringraziami tra qualche giorno. Tu pure mi piaci, anche se non te lo dico spesso.
IO Tu sei brillante, ironico, leggero. Pratico. Ma anche molesto, quasi volgare. Vizioso.
ME Tu sei intelligente, creatvio, poetico. Sorridente. Ma timido, ansioso e timoroso.
IO Alla fine facciamo parte, anzi siamo la stessa persona. Contribuiamo ad essere quello che siamo.
ME Una bellissima persona che si innamora di tutto quanto la circonda.
IO Già, una bellissima persona, un po' bloccata dalle sue paure e dalle sue ansie.
ME Non riuscirei a fare a meno di te.
IO Nemmeno io, buona notte.

ME Buona notte. E diglielo appena la vedi che stai rischiando di perderla. Anche se te ne sei accorto solo da poco.

giovedì 13 febbraio 2014

POST NON IRONICO: MEGLIO IN TRENO CHE SOTTO UN TRENO

Le partenze mi agitano, mi mettono ansia. Tutte le partenze. Sia per un viaggio di piacere, sia per qualcosa di più impegnativo. Non il tragitto in se. Ma le partenze. Questa volta lo stato di agitazione e ansia è di gran lunga superiore alle altre volte. Questa volta sono pronto a dare la svolta alla mia vita. Nulla di certo, quindi nulla di definitivo. Vado a Milano per un po’, vedo se si muove qualcosa. In questi anni mi son dato da fare. Mi sono formato. Avrei sicuramente potuto fare di più. Probabilmente avrei dovuto smuovere le acque qualche tempo fa. Non fa niente. In un certo senso me la sono goduta la vita. In alcuni casi ho lasciato marcire la mia mente nella più torbida routine e nella peggiore autocommiserazione. Consapevolezza, tutto qui. Sicuramente ho conosciuto un sacco di persone e questo va sempre bene. Dalla mia ho lo spirito di adattamento e la consapevolezza, appunto, dei miei mezzi. Tantissima determinazione e voglia di fare. Un forte spirito autocritico, in alcuni casi eccessivo, che non guasta mai. Devo ringraziare qualche persona per questo. L’ho già fatto e continuerò a farlo. Una  in particolare, ma per motivi di privacy non la menzionerò.
Vado a Milano per vedere che si dice, se c’è qualcosa di buono. Sì, d’accordo, non è detto che lì ci siano più opportunità. Non è nemmeno detto che qui non possa autodeterminarmi. Ma è anche un modo per aprire un po’ di finestre nella mia vita e far circolare dell’aria nuova. È giunto il tempo.
Sono agitato e ansioso. Le partenze mi danno l’impressione che io debba lasciare tutto e tutti in maniera definitiva. E mi sale l’ansia. In particolar modo quel paio di cose, quelle certezze che ognuno ha e che difficilmente vuole rompere. Sto solo pensando ad alta voce, questo è chiaro.
Mi bastano quei quattro o cinque libri ( ne porterò degli altri se si dovesse prolungare il soggiorno ) e un po’ di cazzimma per poter affrontare il tutto. Lì a Milano non conoscono la nostra cazzimma, giocherei di contropiede.  In realtà nessuno conosce la mia cazzimma. Nemmeno io, ma devo tirarla fuori in qualche modo.
In treno, da solo, il giorno di San Valentino. Passerò metà giornata degli innamorati a bordo di un treno iper veloce e confortevole. Ma il biglietto mi è costato la metà. Poi meglio sul treno che sotto un treno.Vediamo come va. Resta certa l’idea di aver lasciato qui un paio di cose in sospeso. E che cose! Tanto non sono solo, questo lo so bene. Non era proprio il momento di mettere “altra carne a cuocere”.
Ecco, adesso mi sento molto più leggero, sollevato. La potente forza esorcizzante della scrittura.

Ora vado, se dovesse andare bene, torno e sistemo tutto. Se non dovesse andare bene torno e sistemo tutto lo stesso.

sabato 8 febbraio 2014

LETTERA ONIRICA

Ciao cara,
 come stai?
 Da un po’ di notti vado a dormire agitato. Sento che manca qualcosa.
Forse sono queste notti di pioggia intensa. Fuori tutto scorre. Sento ogni singola goccia cadere. L’incedere cadenzato mi rende nervoso. Una goccia sul terreno, una sulle mattonelle ed una sull’asfalto. Una goccia sul terreno, una sulle mattonelle ed una sull'asfalto. Quest’ultima goccia no, è caduta su qualcosa di metallico. Finalmente riesco a distinguere ogni singolo rumore.
Questa storia va avanti da un po’[...]
Ho paura di perderti, di fare un passo falso. Ma questo non mi basta. Non credo di volermi accontentare di averti così, ma non riesco a muovermi.
 Sai, questa notte ti ho sognata. Tu sei vestita come al solito. Fine ed elegante [...] Però ho avuto il modo e l’enorme piacere di conoscerti quasi alla perfezione.
La notte ti dona quell’aria di mistero e di bellezza. Riesci, sprigionando un’immensa luce, ad illuminare ogni cosa che ci circonda.
Intanto non cessa la pioggia di questi giorni. Piove sempre. In ogni angolo della città. Mi sento al riparo quando sono con te.
Io? Impacciato come al solito. Senza molte parole non riesco a nascondere il mio senso di inferiorità.
Ci credo, tu sei un essere superiore[...] Forse anche tu provi la stessa cosa per me. Sì, in pratica ti sto dicendo[...] forte, molto forte. Chissà se anche io ho lo stesso effetto su di te. Spero di sì, altrimenti è una tragedia.
Purtroppo non credo[...]
   Sono destinato ad arrivare secondo, che vuoi farci. È pur sempre un’ottima posizione. Col cazzo. Ti vorrei tutta per me. Resto lì, impacciato ed abbagliato.
Il mio cuore batte fortissimo, inizio a sudare freddo. Interpreto queste due sensazioni come positive.
Non piove più. Si è levato il solito forte vento. Spazza le nuvole e si intravede qualche stella. Le ultime macchine scompaiono all’orizzonte. Siamo rimasti da soli, in spazio e tempo non ben definiti. Ci sono molti alberi tutt’intorno. Un enorme prato con tutta l'erba bagnata.
Finalmente mi decido. Con le dita della mano destra sfioro la tua guancia sinistra. Sento un brivido che sale dalla mia schiena, attraversa le mie braccia e si disperde tra i tuoi capelli. Dischiudo le labbra e mi chino leggermente.
La tua mano destra si porta dietro la mia nuca. Sento lo stesso brivido di prima, questa volta scende dalla tua mano ed attraversa la mia colonna vertebrale. Dischiudi le labbra e chiudi gli occhi.
Sento che [...] adesso. Non chiudo gli occhi. Voglio scrutare in ogni momento, in questo soprattutto, il tuo splendore. Ne rimango offuscato, ancora e ancora. È il nostro primo bacio. Ne vorrei ancora e ancora.

Mi sveglio, purtroppo è solo un sogno ed ogni sogno ha parti sospese che non possiamo conoscere o ricordare.

mercoledì 5 febbraio 2014

LA SCENEGGIATURA DEL FILM ( auguri sto c**** )

Facebook ha sostituito tassisti e barbieri, frequentatori di bar, pettegole da piazza, giornalisti e top model di periferia. Ognuno pronto a dir la sua, ognuno ha la ricetta per la salvezza del Mondo. Scienziati, economisti, allenatori di pallone. "Il presidente sbaglia." "Hanno ammazzato a questo è stato quello." " Hai visto Caio Vip sta in fin di vita, però dai, un po' se l'è cercata." Intanto sfilano le foto. Le minigonne, i decoltè, scarpe alla moda e fai da te. La voce circola e la gente mormora. "Non sia mai, li hai visti quei due che camminavano mano nella mano.  E mo che sarà mai, come può essere stato?" Qualcuno esagera con le autofoto. "Mado' comm so bell' cu 'stu effetto." Ma poi che ci vuoi fare, " la piazza è piazza e va sì rispettata", anche se virtuale e c'hai ragione. Poi viene sera e si smonta la giocata. Qualcuno con costanza si rilassa cercando di estraniarsi dalla massa. Qualche fotografia fatta per bene, informazione seria, pensieri sparsi. Un po’ di bella musica e pillole in versi. Una battuta adesso e qui non guasta. Le citazioni no, per carità, so' deleterie. " E mo questo che ha voluto dire con questo tizio che fino a ieri non conoscevo?" In fin dei conti la vita sta là fuori, andate dai tassisti e dai barbieri che poi vi fate vecchi dimenticando quel che avete fatto l’altro ieri.