venerdì 29 agosto 2014

COME DIAMINE SI SCRIVE?

VIVI
 E LASCIA VIVIDE
 LE TUE SENSAZIONI

Capita spesso di svegliarsi prima di dormire. Quando cerchi di rivivere alcuni momenti del passato con la mente. Quando cerchi della vita iniziano a chiudersi per poi riaprirsi subito dopo. L’eterno ritorno dell’uguale espresso da F. Nietzsche, o come diamine si scrive, rende al meglio l’idea. Le combinazioni si ripetono all’infinito. Sintetizzata così può sembrare ovvia.
Capita spesso di svegliarsi dopo aver dormito. Fino a quando l’eterno ritorno cessa di funzionare. Pensare a se per mostrarsi agli altri. Il mondo gira così perché tutto ruota sempre attorno a questo meccanismo. Si compiono gesti meccanici in virtù del dover essere un qualcosa per apparire a qualcuno.  E non parlo di madonne. No, non è la sagra del qualunquismo.
I gesti meccanici ci rendono molto più simili ad una macchina programmata per agire in una certa maniera. Salvo poi trovare qualche ingranaggio scassato.
Lucifero dovrebbe essere la stella (che poi è un pianeta, Venere per l’esattezza) più luminosa prima che il sole sorge. E come macchine programmate, voi che state leggendo non vi aspettavate questa affermazione random.

Ecco. Bisogna viverla così la vita. Pensando, sì, che sia un eterno ritorno all’uguale; un continuo ripetersi di opportunità, di casi e di possibilità molto simili tra di loro, ma con la capacità di salvarsi con la decisione random cercando di svegliarsi pensando a se stessi non per fuggire da se stessi, ma per andarvi in soccorso. Nel corso della vita prevediamo sempre gli imprevisti, ma non ne possiamo conoscere la grandezza.

domenica 29 giugno 2014

CENTO GRAMMI DI CARTA. Il peso della periferia.

L’altro giorno a Moncalieri, vicino Torino, si è suicidata una ragazza di circa venti sette anni. Un volo di diversi metri, dall’ultimo piano di un parcheggio. Una ragazza bellissima, di sicuro. No, non l’hai conosciuta
per davvero, nemmeno fisicamente. Ma le ragazze di periferia hanno sempre una spinta maggiore che le rende uniche. È sempre così che si dice in certe occasioni. Nel biglietto d’addio rassicura i suoi genitori: “Non è colpa vostra”. Morire suicida a ventisette anni.  Un tipo di avvenimenti che genera solo la periferia. La periferia genera pensieri. È sempre stato così. Tutto sembra più cupo. Tutto sembra più triste. Ogni tanto il rumore di una macchina che sfreccia lungo stradoni profondi e vuoti.  Vuoti, con l’asfalto grigio e consumato con i segni di gomma nera, evidenti in alcuni tratti. Di tanto in tanto un gruppo di case. Tutto intorno campagna, appezzamenti di terreno.  Con il verde degli alberi che cambia da marzo a settembre. Tutte le periferie si somigliano. La sera, volgendo lo sguardo verso la campagna buia, viene un senso di smarrimento, di disagio.   In alcune occasioni, con la luna bassa e luminosa e un bel cielo stellato si ottiene un ricongiungimento con madre natura ed ogni cosa sembra unica. Le periferie possono sorprendere anche il più cinico degli esseri umani. A lungo andare si tende a fare l’abitudine. L’occhio, e il cervello di conseguenza, si lascia ingannare dalla solita visione.  Ventisette anni,  magari tante ambizioni. Una delusione d’amore. Persone così sentono il bisogno di continue motivazioni. Al di là delle proprie capacità, oltre le proprie previsioni. Fa spesso affidamento al genere umano tutto. Un genere di cose che accade solo in periferia.  Chi ha la possibilità di spostarsi, conoscere il Mondo, cercare opportunità, appena può scappa. Magari rinunciando anche a conoscenze interessanti, possibili incontri fatali col destino. Ma chi crede più al destino. Ognuno decide il proprio, con decisione e tanta amarezza. Come una voglia inconscia di fuggire, anche da se stessi. Chi vive in periferia si sente come stretto in una morsa, passata una certa età.  Nonostante il legame con la “sua periferia”. Una sorta di stupro morale autoimposto. Un pensiero continuo: “Vorrei restare e migliorare le cose perché sono in grado di farlo. Però ci vuole del tempo, molto tempo e rischio di perdermi il periodo migliore della vita.” Chi non può scappare, resta col pericolo di impazzire e buttarsi di sotto, moralmente e fisicamente.  Chi può scappare cerca di combattere con se stesso fino all’ultimo, ma scappa alla ricerca di un arricchimento personale, cercando di affrontare ogni nuova esperienza al massimo. Per poi tornare sempre. Una sorta di meccanismo automatico. Un meccanismo del cazzo, se ci pensate. Combattere e costruire. Un’opportunità, una fuga. Il caso, il destino. Mentre si costruisce da un lato, dall’altro crolla tutto. Posti nuovi, gente nuova. Vita. Legami difficile da instaurare, certezze che svaniscono lentamente. Destino? Caso? Forza di volontà? La periferia genera tutto ciò. Di corsa, continuamente. A rincorrere le proprie emozioni, le proprie sensazioni.  Le esperienze passate e future si accavallano. La solita cazzo di periferia. Chi può scappa. I più fortunati si ritrovano. I più sfortunati piombano in un’altra periferia. Caso, sfortuna? Ci vuole spirito di adattamento. Abominevole sfortuna. Un po’ di tempo e ritorna la solita routine. La voglia di spaccare il Mondo per poi ritrovarsi con un pugno di mosche morte stecchite in mano. Cerchi di conoscere le persone piano – piano. Molti pensano a se, senza il bisogno di spiegare nulla. È anche giusto. Naturale selezione della specie. Altri vorrebbero conoscerti meglio. Poi c’è l’attrazione  fatale. Fisica e mentale. Fuggire per poi tornare, per fuggire ancora e ancora.

Morire suicida a ventisette anni. Ritrovarsi alla periferia di una grande città e di se stessi senza la forza di reagire. Le persone in grado di comunicare sono rimaste in poche. Non succede per mancanza di capacità, di interessi o per piattume mentale. Avviene per abitudine. Chi si garantisce una possibilità di futuro, se ne fotte. Vive calmo. Chi si batte contro se stesso, fuggendo dai propri affetti, lottando contro i propri demoni. Contro le aspettative della gente, non riesce a fermarsi. Impulsi continui. Vedi un po’ che mostri genera ‘sta cazzo di periferia. Un abbraccio che deve essere dato in un preciso istante. Una lunga chiacchierata benefica. Già, la comunicazione. Di se a se e di se agli altri. Una cosa necessaria per l’essere umano. Prendere la realtà per ciò che descrive. Arricchirla di particolari, all’apparenza insignificanti. Viverla e raccontarla a se e agli altri. Farsi rincorrere dalle emozioni e dalle sensazioni. Forse per la povera ragazza di ventisette anni era arrivato il momento di partire per poi tornare. Non ha avuto il coraggio di raccontarsi, di aprirsi. Non ha avuto il coraggio di tradire la sua personale e triste e stupenda periferia.  La paura di dover partire, la stessa paura che affligge ciascuno prima di ogni partenza, abbandonare tutto con il rischio di non poter tornare più. Che odio e smisurato amore la periferia. Gli stradoni vuoti e la natura ispiratrice sprigionano fantastiche sensazioni che rendono tutto più vivo. Con le case ai lati che sono piene di occhi e sguardi curiosi. I soliti occhi stolti, incapaci di comprendere intelligenza superiore. Non hai nessuna colpa, bellissima e coraggiosa ragazza di ventisette anni. Morta suicida da un parcheggio di periferia. La tua personale periferia. Addio, ragazza stupenda e di intelligenza superiore, il tuo sacrificio verrà ripagato con cento grammi di carta e di inchiostro. Ciascuno deve riprendersi, con immane forza di volontà, la sua periferia.

giovedì 22 maggio 2014

UNA FREDDURA AL SOLE (OPERA DI MASSIMA ISPIRAZIONE CONTINGENTE)

All'orizzonte scorgo una casa. Faccio uno scatto degno di un bradipo che non ha fretta particolare
e nel breve volgere di qualche ora sono sull'uscio. Starnutisco, sudo freddo.
Impossibile visti i quaranta
gradi che accompagnano questa giornata. Sprizzo allergia da tutti i pori.
Non riesco a muovermi con agilità.
Sono sovrappensiero. Sono sovrappeso. Quando torno mi metto a dieta,
una cura dimagrante a base di autostima.
Tutto intorno deserto. Non deserto sabbioso. Un deserto vuoto, desolato.
Mi spiego meglio. Pieno di alberi,insetti silenziosi ma vistosi.
Gli alberi sembrano sul punto di parlare, ma per vergogna non
aprono bocca. Non si muove una foglia. Gli insetti volano, da fiore a fiore.
Cosa li rende irrequieti? Credo che sentano il bisogno
di spostarsi per ventilarsi. Stando fermi, è risaputo, il caldo non lo affronti facilmente.
Porca miseria, mi sono promesso di non usare
avverbi. Non riesco mai a mantenere i buoni propositi. Ma è solo una mia teoria.
Quella degli insetti, intendo.
Nessun segno di vita umana nel giro di chilometri. Vero, non posso esserne certo.
Ma me lo sento.
Sono sudato e appiccicaticcio, continuo a starnutire come un pinguino col raffreddore.
Voglio solo farmi una doccia. Chissà se qui hanno l'acqua. Non posso più temporeggiare,
non mi devo intalliare, non ho più alibi. Mi hanno sempre insegnato che l'alibi non fa il monaco.
Nel senso del provolone (ne vado ghiotto). Continuo a divagare. Busso e mi sembra un buon gioco.
Il buon gioco si vede dal mattino. La porta è chiusa e con due colpi di bussata si schiude.
Quando ho la giornata impegnata tutto mi sembra scorrere così dolcemente, in maniera soave.
Ecco, di nuovo un avverbio. Ma non mi sembra il
momento di buttarla sul poetico, non mi consento di cambiare stile di  punto in bianco.
Con lo sguardo penetro quella fessura di circa tre centimetri e mezzo creata dalla porta
schiusa. Col braccio apro la porta, chiedo scusa ed entro. Ci sono mobili di legno.
Il pavimento di legno. Un flacone da un litro di detersivo per legno ancora inspiegabilmente pieno.
Ragnatele e polvere ovunque. E grazie al c****, penso tra me e me, se qualcuno avesse avuto
il buon senso di usare quel pronto legno. Ma è il momento meno opportuno per mettersi
a pensare come una massaia inviperita e senza alcuna passione particolare. Potrebbe
essere la casa di Pinocchio. O forse di Geppetto, è lui il falegname dei due.
Varco la soglia
della seconda stanza. Un letto. Di legno. Cornici vuote appese senza un ordine preciso.
Di legno, le cornici e l'ordine preciso. Resto in piedi, difronte al letto. Sudo freddo
ed ogni trenta secondi starnutisco. Sarò allergico al legno. Però l'allergia alla polvere mi pare
più plausibile oltre che più diffusa. Quando torno a casa, se ci torno, devo fare una prova allergia.
Sono dentro da dieci minuti ed ecco che mi parte il settantacinquesimo starnuto (stavo starnutendo
già quando ero lì fuori). Mi giro e dietro di me noto un'altra piccola stanza. Un trionfo
della ceramica. Certo le mattonelle fucsia e il vasellame blu elettrico. Però pensandoci, Geppetto
era diabetico e il diabete porta problemi seri alla vista. Nell'angolo del bagno scorgo la doccia.
Più in fretta che in furia mi spoglio, entro in doccia e aziono il getto. L'acqua c'è, ma non esce calda.
Cazzo, non mi ci voleva proprio questa doccia fredda.

venerdì 9 maggio 2014

ULTIMO TANGO



Questo
Questo è l’ultimo tango
L’ultimo tango che ti canto
Vertiginoso e a ritmo lento
L’ultimo tango tra me e te.
Penso
Faccio fatica ad inseguire
 singoli passi di passione
la pista rossa dei mie nervi
tesa e nervosa non sa star.
Luce
soffusa e tanta gente intorno
i piedi cedono di schianto
io mi decido e non ritorno
un tuo sorriso e poi l’incanto
Giro
Le spalle ferme contro il muro
Il tuo silenzio a muso duro
Le braccia tese e poi ti tengo
Ferma e leggera su di me
Guardo
Scorre veloce la tua gamba
Che sui miei fianchi si accavalla
Questo mio tango ormai è finito

L’ultimo tango tra me e te.

giovedì 1 maggio 2014

LA PRIMULA

Nel parco delle lodi e delle allodole
 tra cento biciclette e corridori di ogni età
balza agli occhi quello che non c’è.
 Non molto distante
 sulla strada
 il traffico di auto non cessa.
 Nel vecchio rudere abbandonato
 in mezzo a calcinacci e sassi sotterrati
 si nota, a malapena, la corolla di una primula rossa.
Un raggio di sole balugina sulle panchine verdi
ai lati del sentiero.
In qualche frammento di tempo
si disperde l’essenza di tutta la bellezza intorno.
Il complicato si risolve con un intreccio di sguardi.
Nel parco delle lodi e delle allodole
chi cerca se stesso
sogna e si ritrova ricolmo di speranza
con una primula rossa impolverata e solitaria
che indica il cammino.

venerdì 4 aprile 2014

APOLOGIA DEL NON EFFIMERO: TRISTEZZA PER UN TANGO MAI BALLATO.

Si prenda, ad esempio, una serata in compagnia di gente che non avevi mai visto prima.
Si prenda una cena/festa di laurea. Tu non vorresti isolarti. Dalla tua hai un bel completo marrone, con una camicia color glicine. Il capello fresco fatto e i baffi portati con la solita eleganza da lord.
Interagisci quel poco che basta. Ascolti, soprattutto. Bevi e mangi. In fondo non ti interessa molto delle persone che sono lì. Escludendo la festeggiata, della quale sei amico. Non che siano poco interessanti, anzi. Non che tu ti senta superiore. Solo che la tua mente è rivolta ad altro.
Si potrebbe brindare al futuro. Meglio di no. Meglio mangiare, provare ad ascoltare ed altri verbi. All’infinito. E bevi e ascolti. Fino ad uno stato di leggerezza da alcool.

E ti viene da piangere e ridere allo stesso momento. All’infinito.
Come la tristezza per un tango mai ballato.

martedì 1 aprile 2014

CADILLAC RECORDS (C’ERA UNA VOLTA GENNARINO)



Può una bottiglia di plastica
frantumarsi in mille pezzi?
Chi sa, sa. Chi non sa, saprà!
A Gennarino
Correva l’anno e che anno.
Più che una corsa, un viaggio. Una stanza tripla +1 (+1+1+1+1…) all’interno di un complesso per studenti universitari per soli uomini. Una stanza ben arredata e con il posto auto. Una Cadillac Eldorado del 1953. Più che una stanza tripla, un cazzo di centro sociale.  Un continuo viavai di persone. Scambio di idee, opinioni. Rifornimenti vari. La solita fitta nebbia. Le partite a tressette con o senza morto.
Il centro d’eccellenza. L’eccellenza del cazzeggio.
Ma iniziamo dall’inizio.
Che ricordi. E chi se li ricorda. Correva l’anno accademico 2004/2005. C’erano due filosofi e due medici. Aspiranti. Una questione di sinergie. Quattro ventunenni, che non fanno un ottantaquattrenne, pronti a conquistare il Mondo.
Un basso, una chitarra. Un amplificatore. Musica a palla. Cd pirata e film pirata. Correva l’anno della pirateria. Il caffè col fornelletto. La cosa meno illegale che potevamo avere. Che viaggi e che personaggi.  E che musica.
Che fumate. Tendenzialmente del nero afgano. Raramente  erba. Quando c’era si faceva in modo di farla durare più a lungo possibile. Due ore al massimo. E le quattro mura si aprivano verso infiniti orizzonti.
Quali ovizzonti.
Quella sera che sbadatamente uno dei quattro fece cascare una prova inconfutabile sul balcone della direzione. E la mattina seguente, con un laccio e la penna bic per recuperare il corpo del reato.  Che nemmeno MacGyver.
Quella cena, prima del commiato di fine anno. L’ultima cena prima dell’arrivederci. Il sartù di riso.
Ah, che ricordi.
Le notti con ospiti monologhisti calabresi, nel buio della stanza. A rollare sigarette ed altre storie.
 Bottiglie di vetro da sessantasei che ad un certo punto si riscaldavano. E non si poteva bere più. E ci davamo malati.
Il fumato bianco e il nano. L’extraterrestre e ‘o pruffsore.  Ingegneri come se piovesse.
Giganti sardi che alla vista di un po’ di sangue cadevano di lungo sul pavimento. Che storie.
E quel letto rialzato per una sponda abbattuta a peso morto. Sembrava proprio una cadillac Eldorado.
Sicuramente uno dei periodi con meno pensieri della mia vita. E sembra ieri. Qualche protagonista si è perso per strada. Qualcuno di strada ne ha fatta davvero tanta.

Ognuno di quei personaggi e questo è certo, verrà sempre ricordato per essere stato parte della leggendaria tripla + 1. E questo è quanto e non è mai abbastanza.