domenica 18 marzo 2012

RICERCA DEL PERSONALE, INCUBI IRLANDESI ED EROI DI BIANCO VESTITI


Diciamo che un giorno decidi di vestirti con una maglia  verde per andare a festeggiare il giorno di San Patrizio. Già questo dovrebbe essere poco consono da parte tua, considerato il fatto che sei ateo. Ma chiudiamo un occhio, non facciamo parte di una commissione morale che ti giudicherà per questo. Diciamo che per combattere la solita routine decidi di accettare questa insolita uscita per festeggiare un Santo, San Patrizio, protettore dell’Irlanda tutta(insieme ad un altro paio di loro). Che poi San Patrizio è di origini scozzesi. Ecco spiegato il verde e nemmeno tanto. Ma tu hai tante maglie verdi nell’armadio ed il verde si intona con i tuoi occhi. Farai un figurone. Conoscerai un po’ di gente, magari qualche ragazza carina o forse la donna della tua vita. Macché. Al limite farai qualche figura di merda. Ma che te ne fotte. Parte della comitiva ti capisce e condivide il tuo pensiero. Sicuramente berrai birra a fiumi e mangerai bene. Ecco, appunto. Il verde ti dona, ma questo lo sapevi già. Inoltre ti presti facilmente alle goliardie. Una cravatta gigante che dice “baciami, sono irlandese” ti fa sorridere e la indossi. Tutta la sera a cazzeggiare e tenere il ritmo del gruppo dal vivo che prova a riprodurre suoni irlandesi. Talvolta con risultati eccellenti. Ma la tarantella non ti risulta essere un ballo di origini irlandesi. Esci fuori per fumare, due volte. Tu sei a mezze maniche con la tua maglietta verde. Non è molto freddo. Qualcuno ti guarda e entrando nel locale esclama “Ah è vero, oggi è San Patrizio”, ignaro di quanto stia per succedergli.  Ti portano da bere. Dopo un’ora dall’ingresso nel pub. Provi a scambiare qualche parola, annuisci per salvaguardarti. Sei a stomaco vuoto e potresti innervosirti. Il tuo panino arriva. Sembra più una merenda pomeridiana per bambini delle elementari. Lo ingoi con lo sguardo. Lo trovi buono per la fame. Lo bagni con il residuo di birra diventata ormai tisana di luppolo(cit. Francesco Cataldo). Continui a grondare sudore come una grondaia perde acqua nella stagione delle piogge. Attendi che gli altri finiscano di mangiare. Cornetto veloce, un po’ d’acqua. Incontri casuali per strada ad Avellino. Quattro chiacchiere. La via del ritorno. Hai ancora fame, devi ammetterlo. La solita pizzeria. Pensi al fatto che questa serata è stata quasi un incubo, se non fosse per una parte della compagnia. Pensi al fatto che avrai gli incubi perché tutta la sera sei stato in tensione a causa della tua compagna di merende. Ti ha lanciato un paio di sguardi, gli incubi. Entri in pizzerie e vedi l’eroe che potrebbe salvarti la serata, vestito di bianco. La cameriera/figlia del proprietario della pizzeria/gnocca esagerata, mentre finisce di sollevare le sedie per pulire il locale, dice: “Se vuoi la pizza puoi fare anche la pizza, lo so che tu vieni a quest’ora a prendere la pizza”. E pizza sia. Ha detto tre volte pizza e mi ha convinto. Una sorta di incantesimo del cazzo. Ha due labbra magiche, ma non è il momento di fare il romantico. Altroché. Scambi due chiacchiere con il pizzaiolo. Ecco la pizza. Condimenti a cascata. La pizza in solitaria è un qualcosa di irrinunciabile. Soprattutto se vuoi mantenere elevati i tuoi standard di colesterolo. Ringrazi il pizzaiolo, in questo sabato è stato il tuo eroe. No grazie, il basilico no. Il basilico è verde.

mercoledì 14 marzo 2012

IL GIORNO VESTITO DI NERO


Le due di notte sono un orario che adoro. Più in generale amo la notte. Dicono sia fatta per dormire. In effetti sì, se si vuol vivere una vita al di sotto delle proprie possibilità vitali. Non che io sia impegnato in attività sfrenate e dispendiose a livello fisico. Amo ascoltare, ma questo già lo sapete. Di notte i miei pensieri viaggiano a velocità impensabili. Sembra banale dirlo, ma viaggiano alla velocità dei sogni. Molti andrebbero persi se non rimanessi sveglio. Una velocità che voi non sareste in grado di raggiungere. Certo, l’insonnia aiuta. E’ un dato di fatto. Al solo pensiero di poter perdere tutti questi pensieri, che ansia che mi viene. Amo la notte perché ti permette un auto confronto. Ed un autoconforto. Puoi raccontarti nella tua intimità. Oppure mettere in prosa le tue sensazioni. Descrivere una giornata a suon di metafore, similitudini. Insieme a tutte le altre figure retoriche. Mentre qualcuno ordina un caffè al bar, pensando al solo atto di bere quel caffè, non si accorge di tutto il movimento attorno. Il motorino blu scuro che sfreccia per strada con due persone a bordo. Uno dei due passeggeri indossa un casco blu con una striscia nera nel mezzo. Deve essere intonato con il motorino. Il secondo passeggero, come da consuetudine dalle nostre parti, non lo indossa per niente. Il mendicante nomade chiede l’elemosina a bordo strada. Potrebbe vederlo, ma quel qualcuno è intento a bere il caffè. Intanto lui, il mendicante, assume una posizione da recitazione pietosa, nel senso della pietà, per chi sa quanti euro a fine giornata. Queste due cose succedono nel solo istante in cui si pronuncia la parola caffè. Immaginate quante altre centinaia di migliaia di cose possono succedere quando si è concentrati solo ed esclusivamente a bere quel caffè. Ma voi non ci penserete, chi lo farebbe? Io sì, per questo amo la notte. La mia mente supera la velocità del suono. Non sono retorico e nemmeno presuntuoso. Tutti ci pensano. Solo alcuni ci provano e riescono. Riescono a piangere con se stessi e a ridere di se stessi. Se stessi fermo non riuscirei a comprendermi. Ma forse ho un animo zingaro, inteso nell’unica accezione possibile, quella più nobile. Quella della libertà di pensiero e di azione. E di cultura anche. Amo la notte perché indica la fine di un continuo girovagare. Tenendo conto della sola dimensione spazio - temporale, però. Tutto il resto fermenta, non si ferma. Una fine relativa, quindi. Se solo provassi a riprendere abitudini perse ormai da due lustri, non riuscirei ad immaginarmi. Non vorrei proprio essere un altro. E’ così che conclude la fermentazione. Con la consapevolezza di essere. Non di stare e nemmeno di avere. L’essere è l’azione migliore. Non essere sarebbe come sparare ad un pianista mentre è impegnato in un concerto. Nel bel mezzo del “solo”, svanisce tutto, dopo anni di applicazione sistemica. Un delitto imperdonabile. Ma ora rallento il tutto e scusate se sono stato un po’ troppo forte. In fondo la notte è solo il giorno vestito di nero. Non listato a lutto. Ma molto più elegante, più discreto.

giovedì 8 marzo 2012

ASCOLTARE INCONTRO


Buonasera. Volevo farvi una domanda. Ma quanti hobby conoscete? Si, i passatempo. Quanti se ne contano, quanti ne avete? Tantissimi, immagino. Con tutti gli imput che abbiamo, nascono interessi come funghi. Chi ascolta musica, chi vede film a ripetizione. Qualcuno ama il decoupage e il bricolage. Forse è quella parola francese, perché è di due parole francesi che stiamo parlando, alla fine: “age”. Vuol dire età. Forse inconsciamente chi si adopera nell’arte del fai da te crede di recuperare qualche anno. E’ tutto inconscio, ovvio. Ma stiamo divagando. Gli uomini giocano a calcetto. Si accaniscono, finisce la partita e tutti a mangiare assieme.  Anche qualche donna. Gioca a calcetto, dico. Le donne fanno shopping. Spesso non comprano. Magari litigano tra di loro per accaparrarsi qualche occasione. Ma si rilassano. Anche qualche uomo. Fa shopping, dico. Ma forse sono luoghi comuni. Così come è divenuto comune l’acquisto e quindi l’utilizzo di smartphone e tablet touch screen. Quei cosi tutto fare che tocchi lo schermo e ti si apre un Mondo. Sì, lo so che li conoscete. Anche io ne ho uno. Attrezzi infernali. Anzi, scommetto che una grossa percentuale di voi ora sta leggendo queste poche righe direttamente da lì. Comodamente a letto. Bene, tutti questi hobby, tutti questi passatempo, risultano essere delle distrazioni. Avete capito bene. I soli passatempo utili e redditizi per la crescita personale sono la lettura e la scrittura. E l’ascoltare. So a cosa state pensando. In testa vi frulla una domanda:”ma questo chi si crede di essere? E’ forse pazzo?”. Sì, sono pazzo. Sono pazzo della natura e quindi dell’uomo. Sulla lettura e sulla scrittura penso non ci siano dubbi. Sono due passatempo che non moriranno mai. Le vostre perplessità crescono sull’ascoltare. Quando dico ascoltare, intendo sentire. Vedere con le orecchie. Capita di notte. Tutto questo preambolo per dire sta cazzata? La premessa andava fatta. Perché sono proprio quelle distrazioni, quegli estetismi fini a se stessi, che ci allontanano dalla realtà. Dicevo, capita di notte. A me sì, non so a voi. Mentre sei solo, preso dai tuoi pensieri, tendi le orecchi verso l’esterno cercando di capire cosa succede. Succede che una foglia viene spostata dal vento. Puoi vederla perché senti il vento. Non puoi sentire la foglia. Troppo leggiadra. E’ la natura. Riesci a vedere la foglia che si sposta verso una giostra per bambini. Rossa e blu, arrugginita per la scarsa manutenzione. L’uomo e la natura che si incontrano. Certo devi essere fortunato ad abitare nei pressi di un parco giochi con degli alberi lì vicino. Solo così potrai notare questo evento di una straordinaria semplicità, ma allo stesso tempo così potente. Devi anche sperare che prima o poi si alzi il vento. Ma la natura è grande. In spiaggia, ad esempio. Di giorno sempre affollata, gente che nuota, qualcuno mangia sulla battigia. Prova di sera. Andare vicino al mare, ad ascoltare il mare. Ad ascoltare la sabbia. Sotto un velo blu scuro illuminato da tanti puntini all’apparenza gialli. Ti fermi in un punto. Un silenzio assordante. La brezza marina che di notte tira verso la terra ferma, ti apre scenari favolosi. Non avresti mai saputo della loro esistenza, se non fossi andato lì, in quel preciso istante. Una goccia del mare ti bagna la sigaretta che avevi appena acceso. Ti spegne i rumori. Il mare danza, si leva, si alza. Come a voler raggiungere le stelle. Poi si rassegna e si china. Si piega all’immensità del velo blu scuro. E così, avanti per tutta la notte. Natura contro natura. Il bene contro il bene, per una volta. Tutto questo di giorno non esiste. Non esiste perché la natura viene sconfitta dall’uomo. Il bene contro il male. Ma tu, andando di sera, in spiaggia, puoi riequilibrare le cose. Riavvicinare l’uomo alla natura. Una tregua che duri un paio d’ore. Ecco. L’ascoltare è il passatempo ideale. Riavvicina l’uomo alla natura. E quindi a se stesso. Ora vi faccio una domanda: quanti hobby vorreste avere ancora?  

martedì 6 marzo 2012

E ANCHE PER SOCRATE, OVVIAMENTE

Esistono tanti modi di fare le cose. Volendo, potresti fare una cosa fatta bene assumendo un' aria triste. Potresti aggiungere all'aria triste una vena di protesta. Borbottare farebbe di te una persona desiderabile. Oppure potresti accendere una sigaretta. Sembreresti un duro, un figo come si dice in gergo. Non se devi manipolare della carta. Moriresti al rogo e meriteresti questa morte, in tal caso. Altrimenti potresti stamparti in faccia un ghigno. Un'allegria forzata, a tutti i costi, in ogni momento della giornata. Gesticolare in maniera forsennata. Entusiasmarti per ogni cosa. Ridere a crepapelle sempre. Potresti voler fare qualcosa ricercando la personalità, indossando un berretto colorato ed un paio di occhiali da sole all'ultimo grido. Oppure potresti indossare un ultimo grido con un paio di occhiaie colorate. E non sto scherzando. Ad esempio, come lo stai leggendo questo post? Io mi immagino dietro una telecamera, stile "quei bravi ragazzi", come voce fuori campo. Potrebbe essere benissimo una sorta di monologo ad inizio film. Insomma, tu potresti fare un po' come ti pare. Volendo potresti infilarti un dito nel naso mentre leggi, anche se c'è qualcuno lì a guardarti. La cosa importante è che tu conosca te stesso. Infondo lo diceva Socrate, anche se sembra scritto da Fabio Volo, con tutto il rispetto per Fabio Volo. E anche per Socrate, ovviamente.

venerdì 2 marzo 2012

LA RUOTA E’ LIBERA QUANDO L’ASFALTO SDRUCCIOLA


Signori fate largo al nonsense. Questa è la sua serata. Una serata di lucciole per lanterne, scoperte sempre eterne, vesti di madri materne. Mettere in rima pensieri artigianali, racconterò una storia di fatti surreali. L’altro giorno era notte. Erano le cinque, le diciassette per chi percorre la sua vita in senso contrario. Ora, non vi dico che caldo faceva. La notte più calda di un pomeriggio invernale d’agosto. Dovevo rientrare a casa presto, ma visto che c’ero, mi trattenni un altro po’. Nel senso che già ero a casa e presto - presto, riuscì a trattenermi. Trattenni le lacrime perché avevo appena saputo della non morte di un parente, del cognato, del cugino, del figlio del protagonista di quel film che trasmettono sempre a quell’ora  su quel canale. Ricordo troppo bene. Stavo per commuovermi. Era uno di quei canali belli a vedersi. Erano dei canali vanitosi. Larghi, ma non molto profondi. Con i ponti settecenteschi, uno ogni settecento metri. Con dei ponti quattrocentonovantamileschi (non riuscite a leggerlo, vero? Lo stesso sforzo che ho fatto io a scriverlo), praticamente. Il non parente non moriva ed io mi commuovevo. Asciugate le lacrime, mi misi al computer con quel monitor sollevato da una mattonella quadrata, settanta per settanta (quattromilanovecento), bianca con i bordi neri e con due uccelli che facevano i piccioncini al centro. Chiestomi il perché di questa cosa( del perché mettersi a scrivere a computer) decisi di non rispondermi, così da restare con un dubbio. Ora, tutti sanno che il dubbio è sintomo di intelligenza. Talvolta però i sintomi possono essere anche sbagliati. Nel dubbio continuai a scrivere. Improvvisamente uno dei due piccioni, la femmina, mi par di ricordare, mi suggerì di non andare oltre con il ragionamento. Pure perché era nascosto da una folta ragionabarba(questa la capirete al prossimo rigo). Assecondai il piccione, sì, lo assecondai perché dal mio punto di vista era il secondo al centro della mattonella. Quindi, dicevo, assecondai il piccione e continuai a scrivere senza mai staccare i piedi da terra. Ma con la testa sempre ricoperta da un pensiero fisso. Nello scrivere mi ricordai di aver messo a scuocere la pasta. Sì, io adoro mangiare la pasta scotta. Poi appena fatta, quindi biscotta, è ancora più buona. Da leccarsi i baffi e avendo possibilità di lingua, anche la barba.  Mangiando la pasta collosa, il pensiero fisso ricorreva. Una ricorrenza che non ricordavo. E la rincorrevo cercando di capire qualcosa. Improvvisamente sul monitor apparve una scritta: “Comunque non siamo due piccioni, altrimenti ci avresti preso con una fava”.Non captando il messaggio di quel messaggio(un messaggio quadrato, settanta per settanta) riuscì a farmene una ragione.  Ma la ragione è dei fessi ed un fesso con tanti perché potrebbe rischiare di diventare intelligente. Tutto questo pensare, pensai, sarà dovuto alla pasta scotta? Invece no. Era sintomatico del fatto che a volte i detti che sentite dire in giro, potrebbero risultare falsi. Mentre scrivevo e digerivo la pasta biscotta, udì suonare un pianoforte da uno che lo suonava piano – piano. Era uno di quei piani con la coda. Colui che lo suonava, lo suonava così piano che la coda formatasi dietro era lunghissima. Capito il problema dell’ingorgo musicale, tornai a scrivere e ad affrontare i mie pensieri. Erano pensieri difficili. Il primo riuscì a sconfiggerlo. Poi via con il secondo ed il terzo. Ma mi assalirono in branco e cedetti, privo di ogni forza.  Compreso il fatto che non era una buona serata né per parlare con i piccioni, né per scrivere né per affrontare i miei pensieri, decisi di tornare a guardare quel commovente film. Un ultimo dubbio mi assalì: ma poi chi è questo parente, del cognato, del cugino, del figlio del protagonista di quel film che trasmettono sempre a quell'ora  su quel canale? Ma sapevo in cuor mio che tutto questo non aveva senso.

L'ULTIMO SALUTO


Ciao Lucio,
non potevo non salutarti. Ma come, andarsene così? Sei nel bel mezzo della riunione, un tuo amico accende lo smart phone, si connette ad internet e a bruciapelo annuncia: “ragazzi, è morto Lucio Dalla”. Cazzo! Mi viene da pensare. Subito ti vedo sul palco dell’ariston, a San Remo. Molta gente conserverà di te questa immagine come ultima. Sessantanove anni, troppo giovane. Potevi dare ancora tanto. Già mi mancano le tue poesie. Quelle che avresti potuto dire, ancora. Certo l’ultima canzone sembrava proprio tua. Ma tu non sei mai stato San Remo. Non sei mai stato come il festival della canzone italiana. Non si può morire di infarto in Svizzera, lo sai? Dovrebbe essere illegale. Nel paese degli orologi, si è fermato il tuo e quello di molte persone che in te hanno trovato una guida. Ricordo che le tue prime canzoni le ascoltavo grazie ad un amico di famiglia. Ora anche lui non c’è più. Ero piccolo, sette anni o otto. Nonostante i tuoi cambi repentini di stile, riuscivi sempre ad emozionarmi. I  versi che ricordavano meglio erano quelli di un “disperato erotico stomp”. A sette o otto anni, ti rendi conto? I bambini di quell’età non si perdono nel centro di Bologna, vero? Un natale mi feci regalare una tua raccolta. Stupenda. In mezza giornata l’ascoltai quattro volte. No, non mi sono rincoglionito. Impossibile, dici? Io mi sono innamorato. Puttane, scenari surreali, piccoli Gesù Cristo. Della tua musica, della tua voce. Ogni nota un urlo gentile, magari gridato con sarcasmo, con ironia. Con amore, sempre. Ogni acuto una poesia. Che brividi ogni volta. E la definiscono musica leggera? Leggera un cazzo, hai ragione! Macigni su stati d’animo inquieti, questo rappresenta  la tua musica. Un cantautore maestoso. Secondo, per me, solo a De Andrè. Ma Faber è sempre Faber, sei d’accordo? Certo che sì, ci mancherebbe. Due poeti completamente differenti, questo è chiaro. Tu mi hai insegnato tanto. Il rispetto, il disincanto. L’ironia, ancora una volta. Hai visto, a Sorrento già vogliono intitolarti un porticciolo. Certo, a misura tua. Dai, non ti incazzare, potrebbe venirti qualcosa. Scusami, non volevo. Ora ti scrivo così come si scrive ad un caro amico. Come dici? Se continuo con le citazioni mi farai avere notizie dai tuoi legali? La tua ironia, fenomenale. La rabbia che riuscivi a tirar fuori. Ogni volta una tematica diversa. La stessa voce, scopi diversi. Chi sa se lì dove sei ora potrai parlare con puttane ottimiste e di sinistra? Certo andarsene all’improvviso, non me lo dovevi fare. Ora comprendo quant’è profondo il mare.