Diciamo che un giorno decidi di vestirti con una maglia verde per andare a festeggiare il giorno di
San Patrizio. Già questo dovrebbe essere poco consono da parte tua, considerato
il fatto che sei ateo. Ma chiudiamo un occhio, non facciamo parte di una
commissione morale che ti giudicherà per questo. Diciamo che per combattere la
solita routine decidi di accettare questa insolita uscita per festeggiare un
Santo, San Patrizio, protettore dell’Irlanda tutta(insieme ad un altro paio di
loro). Che poi San Patrizio è di origini scozzesi. Ecco spiegato il verde e
nemmeno tanto. Ma tu hai tante maglie verdi nell’armadio ed il verde si intona
con i tuoi occhi. Farai un figurone. Conoscerai un po’ di gente, magari qualche
ragazza carina o forse la donna della tua vita. Macché. Al limite farai qualche
figura di merda. Ma che te ne fotte. Parte della comitiva ti capisce e
condivide il tuo pensiero. Sicuramente berrai birra a fiumi e mangerai bene.
Ecco, appunto. Il verde ti dona, ma questo lo sapevi già. Inoltre ti presti
facilmente alle goliardie. Una cravatta gigante che dice “baciami, sono
irlandese” ti fa sorridere e la indossi. Tutta la sera a cazzeggiare e tenere
il ritmo del gruppo dal vivo che prova a riprodurre suoni irlandesi. Talvolta
con risultati eccellenti. Ma la tarantella non ti risulta essere un ballo di
origini irlandesi. Esci fuori per fumare, due volte. Tu sei a mezze maniche con
la tua maglietta verde. Non è molto freddo. Qualcuno ti guarda e entrando nel
locale esclama “Ah è vero, oggi è San Patrizio”, ignaro di quanto stia per
succedergli. Ti portano da bere. Dopo
un’ora dall’ingresso nel pub. Provi a scambiare qualche parola, annuisci per
salvaguardarti. Sei a stomaco vuoto e potresti innervosirti. Il tuo panino
arriva. Sembra più una merenda pomeridiana per bambini delle elementari. Lo
ingoi con lo sguardo. Lo trovi buono per la fame. Lo bagni con il residuo di
birra diventata ormai tisana di luppolo(cit. Francesco Cataldo). Continui a
grondare sudore come una grondaia perde acqua nella stagione delle piogge. Attendi
che gli altri finiscano di mangiare. Cornetto veloce, un po’ d’acqua. Incontri
casuali per strada ad Avellino. Quattro chiacchiere. La via del ritorno. Hai ancora
fame, devi ammetterlo. La solita pizzeria. Pensi al fatto che questa serata è
stata quasi un incubo, se non fosse per una parte della compagnia. Pensi al
fatto che avrai gli incubi perché tutta la sera sei stato in tensione a causa
della tua compagna di merende. Ti ha lanciato un paio di sguardi, gli incubi.
Entri in pizzerie e vedi l’eroe che potrebbe salvarti la serata, vestito di
bianco. La cameriera/figlia del proprietario della pizzeria/gnocca esagerata,
mentre finisce di sollevare le sedie per pulire il locale, dice: “Se vuoi la
pizza puoi fare anche la pizza, lo so che tu vieni a quest’ora a prendere la
pizza”. E pizza sia. Ha detto tre volte pizza e mi ha convinto. Una sorta di
incantesimo del cazzo. Ha due labbra magiche, ma non è il momento di fare il
romantico. Altroché. Scambi due chiacchiere con il pizzaiolo. Ecco la pizza.
Condimenti a cascata. La pizza in solitaria è un qualcosa di irrinunciabile.
Soprattutto se vuoi mantenere elevati i tuoi standard di colesterolo. Ringrazi
il pizzaiolo, in questo sabato è stato il tuo eroe. No grazie, il basilico no.
Il basilico è verde.
domenica 18 marzo 2012
mercoledì 14 marzo 2012
IL GIORNO VESTITO DI NERO
Le due di notte sono un orario che adoro. Più in generale amo la notte. Dicono sia fatta per dormire. In effetti sì, se si vuol vivere una vita al di sotto delle proprie possibilità vitali. Non che io sia impegnato in attività sfrenate e dispendiose a livello fisico. Amo ascoltare, ma questo già lo sapete. Di notte i miei pensieri viaggiano a velocità impensabili. Sembra banale dirlo, ma viaggiano alla velocità dei sogni. Molti andrebbero persi se non rimanessi sveglio. Una velocità che voi non sareste in grado di raggiungere. Certo, l’insonnia aiuta. E’ un dato di fatto. Al solo pensiero di poter perdere tutti questi pensieri, che ansia che mi viene. Amo la notte perché ti permette un auto confronto. Ed un autoconforto. Puoi raccontarti nella tua intimità. Oppure mettere in prosa le tue sensazioni. Descrivere una giornata a suon di metafore, similitudini. Insieme a tutte le altre figure retoriche. Mentre qualcuno ordina un caffè al bar, pensando al solo atto di bere quel caffè, non si accorge di tutto il movimento attorno. Il motorino blu scuro che sfreccia per strada con due persone a bordo. Uno dei due passeggeri indossa un casco blu con una striscia nera nel mezzo. Deve essere intonato con il motorino. Il secondo passeggero, come da consuetudine dalle nostre parti, non lo indossa per niente. Il mendicante nomade chiede l’elemosina a bordo strada. Potrebbe vederlo, ma quel qualcuno è intento a bere il caffè. Intanto lui, il mendicante, assume una posizione da recitazione pietosa, nel senso della pietà, per chi sa quanti euro a fine giornata. Queste due cose succedono nel solo istante in cui si pronuncia la parola caffè. Immaginate quante altre centinaia di migliaia di cose possono succedere quando si è concentrati solo ed esclusivamente a bere quel caffè. Ma voi non ci penserete, chi lo farebbe? Io sì, per questo amo la notte. La mia mente supera la velocità del suono. Non sono retorico e nemmeno presuntuoso. Tutti ci pensano. Solo alcuni ci provano e riescono. Riescono a piangere con se stessi e a ridere di se stessi. Se stessi fermo non riuscirei a comprendermi. Ma forse ho un animo zingaro, inteso nell’unica accezione possibile, quella più nobile. Quella della libertà di pensiero e di azione. E di cultura anche. Amo la notte perché indica la fine di un continuo girovagare. Tenendo conto della sola dimensione spazio - temporale, però. Tutto il resto fermenta, non si ferma. Una fine relativa, quindi. Se solo provassi a riprendere abitudini perse ormai da due lustri, non riuscirei ad immaginarmi. Non vorrei proprio essere un altro. E’ così che conclude la fermentazione. Con la consapevolezza di essere. Non di stare e nemmeno di avere. L’essere è l’azione migliore. Non essere sarebbe come sparare ad un pianista mentre è impegnato in un concerto. Nel bel mezzo del “solo”, svanisce tutto, dopo anni di applicazione sistemica. Un delitto imperdonabile. Ma ora rallento il tutto e scusate se sono stato un po’ troppo forte. In fondo la notte è solo il giorno vestito di nero. Non listato a lutto. Ma molto più elegante, più discreto.
giovedì 8 marzo 2012
ASCOLTARE INCONTRO
Buonasera. Volevo farvi una domanda. Ma quanti hobby
conoscete? Si, i passatempo. Quanti se ne contano, quanti ne avete? Tantissimi,
immagino. Con tutti gli imput che abbiamo, nascono interessi come funghi. Chi
ascolta musica, chi vede film a ripetizione. Qualcuno ama il decoupage e il
bricolage. Forse è quella parola francese, perché è di due parole francesi che
stiamo parlando, alla fine: “age”. Vuol dire età. Forse inconsciamente chi si adopera
nell’arte del fai da te crede di recuperare qualche anno. E’ tutto inconscio,
ovvio. Ma stiamo divagando. Gli uomini giocano a calcetto. Si accaniscono,
finisce la partita e tutti a mangiare assieme. Anche qualche donna. Gioca a calcetto, dico.
Le donne fanno shopping. Spesso non comprano. Magari litigano tra di loro per
accaparrarsi qualche occasione. Ma si rilassano. Anche qualche uomo. Fa shopping,
dico. Ma forse sono luoghi comuni. Così come è divenuto comune l’acquisto e
quindi l’utilizzo di smartphone e tablet touch screen. Quei cosi tutto fare che
tocchi lo schermo e ti si apre un Mondo. Sì, lo so che li conoscete. Anche io
ne ho uno. Attrezzi infernali. Anzi, scommetto che una grossa percentuale di
voi ora sta leggendo queste poche righe direttamente da lì. Comodamente a
letto. Bene, tutti questi hobby, tutti questi passatempo, risultano essere
delle distrazioni. Avete capito bene. I soli passatempo utili e redditizi per
la crescita personale sono la lettura e la scrittura. E l’ascoltare. So a cosa
state pensando. In testa vi frulla una domanda:”ma questo chi si crede di
essere? E’ forse pazzo?”. Sì, sono pazzo. Sono pazzo della natura e quindi dell’uomo.
Sulla lettura e sulla scrittura penso non ci siano dubbi. Sono due passatempo
che non moriranno mai. Le vostre perplessità crescono sull’ascoltare. Quando
dico ascoltare, intendo sentire. Vedere con le orecchie. Capita di notte. Tutto
questo preambolo per dire sta cazzata? La premessa andava fatta. Perché sono
proprio quelle distrazioni, quegli estetismi fini a se stessi, che ci
allontanano dalla realtà. Dicevo, capita di notte. A me sì, non so a voi.
Mentre sei solo, preso dai tuoi pensieri, tendi le orecchi verso l’esterno
cercando di capire cosa succede. Succede che una foglia viene spostata dal
vento. Puoi vederla perché senti il vento. Non puoi sentire la foglia. Troppo
leggiadra. E’ la natura. Riesci a vedere la foglia che si sposta verso una giostra
per bambini. Rossa e blu, arrugginita per la scarsa manutenzione. L’uomo e la
natura che si incontrano. Certo devi essere fortunato ad abitare nei pressi di
un parco giochi con degli alberi lì vicino. Solo così potrai notare questo
evento di una straordinaria semplicità, ma allo stesso tempo così potente. Devi
anche sperare che prima o poi si alzi il vento. Ma la natura è grande. In
spiaggia, ad esempio. Di giorno sempre affollata, gente che nuota, qualcuno
mangia sulla battigia. Prova di sera. Andare vicino al mare, ad ascoltare il
mare. Ad ascoltare la sabbia. Sotto un velo blu scuro illuminato da tanti
puntini all’apparenza gialli. Ti fermi in un punto. Un silenzio assordante. La
brezza marina che di notte tira verso la terra ferma, ti apre scenari favolosi.
Non avresti mai saputo della loro esistenza, se non fossi andato lì, in quel
preciso istante. Una goccia del mare ti bagna la sigaretta che avevi appena
acceso. Ti spegne i rumori. Il mare danza, si leva, si alza. Come a voler
raggiungere le stelle. Poi si rassegna e si china. Si piega all’immensità del
velo blu scuro. E così, avanti per tutta la notte. Natura contro natura. Il
bene contro il bene, per una volta. Tutto questo di giorno non esiste. Non
esiste perché la natura viene sconfitta dall’uomo. Il bene contro il male. Ma
tu, andando di sera, in spiaggia, puoi riequilibrare le cose. Riavvicinare l’uomo
alla natura. Una tregua che duri un paio d’ore. Ecco. L’ascoltare è il
passatempo ideale. Riavvicina l’uomo alla natura. E quindi a se stesso. Ora vi
faccio una domanda: quanti hobby vorreste avere ancora?
martedì 6 marzo 2012
E ANCHE PER SOCRATE, OVVIAMENTE
Esistono tanti modi di fare le cose. Volendo, potresti fare una cosa fatta bene assumendo un' aria triste. Potresti aggiungere all'aria triste una vena di protesta. Borbottare farebbe di te una persona desiderabile. Oppure potresti accendere una sigaretta. Sembreresti un duro, un figo come si dice in gergo. Non se devi manipolare della carta. Moriresti al rogo e meriteresti questa morte, in tal caso. Altrimenti potresti stamparti in faccia un ghigno. Un'allegria forzata, a tutti i costi, in ogni momento della giornata. Gesticolare in maniera forsennata. Entusiasmarti per ogni cosa. Ridere a crepapelle sempre. Potresti voler fare qualcosa ricercando la personalità, indossando un berretto colorato ed un paio di occhiali da sole all'ultimo grido. Oppure potresti indossare un ultimo grido con un paio di occhiaie colorate. E non sto scherzando. Ad esempio, come lo stai leggendo questo post? Io mi immagino dietro una telecamera, stile "quei bravi ragazzi", come voce fuori campo. Potrebbe essere benissimo una sorta di monologo ad inizio film. Insomma, tu potresti fare un po' come ti pare. Volendo potresti infilarti un dito nel naso mentre leggi, anche se c'è qualcuno lì a guardarti. La cosa importante è che tu conosca te stesso. Infondo lo diceva Socrate, anche se sembra scritto da Fabio Volo, con tutto il rispetto per Fabio Volo. E anche per Socrate, ovviamente.
venerdì 2 marzo 2012
LA RUOTA E’ LIBERA QUANDO L’ASFALTO SDRUCCIOLA
Signori fate largo al nonsense. Questa è la sua serata. Una
serata di lucciole per lanterne, scoperte sempre eterne, vesti di madri
materne. Mettere in rima pensieri artigianali, racconterò una storia di fatti
surreali. L’altro giorno era notte. Erano le cinque, le diciassette per chi
percorre la sua vita in senso contrario. Ora, non vi dico che caldo faceva. La
notte più calda di un pomeriggio invernale d’agosto. Dovevo rientrare a casa
presto, ma visto che c’ero, mi trattenni un altro po’. Nel senso che già ero a
casa e presto - presto, riuscì a trattenermi. Trattenni le lacrime perché avevo
appena saputo della non morte di un parente, del cognato, del cugino, del
figlio del protagonista di quel film che trasmettono sempre a quell’ora su quel canale. Ricordo troppo bene. Stavo per
commuovermi. Era uno di quei canali belli a vedersi. Erano dei canali vanitosi.
Larghi, ma non molto profondi. Con i ponti settecenteschi, uno ogni settecento
metri. Con dei ponti quattrocentonovantamileschi (non riuscite a leggerlo,
vero? Lo stesso sforzo che ho fatto io a scriverlo), praticamente. Il non
parente non moriva ed io mi commuovevo. Asciugate le lacrime, mi misi al
computer con quel monitor sollevato da una mattonella quadrata, settanta per
settanta (quattromilanovecento), bianca con i bordi neri e con due uccelli che
facevano i piccioncini al centro. Chiestomi il perché di questa cosa( del
perché mettersi a scrivere a computer) decisi di non rispondermi, così da
restare con un dubbio. Ora, tutti sanno che il dubbio è sintomo di
intelligenza. Talvolta però i sintomi possono essere anche sbagliati. Nel
dubbio continuai a scrivere. Improvvisamente uno dei due piccioni, la femmina,
mi par di ricordare, mi suggerì di non andare oltre con il ragionamento. Pure
perché era nascosto da una folta ragionabarba(questa la capirete al prossimo
rigo). Assecondai il piccione, sì, lo assecondai perché dal mio punto di vista
era il secondo al centro della mattonella. Quindi, dicevo, assecondai il
piccione e continuai a scrivere senza mai staccare i piedi da terra. Ma con la
testa sempre ricoperta da un pensiero fisso. Nello scrivere mi ricordai di aver
messo a scuocere la pasta. Sì, io adoro mangiare la pasta scotta. Poi appena
fatta, quindi biscotta, è ancora più buona. Da leccarsi i baffi e avendo
possibilità di lingua, anche la barba. Mangiando
la pasta collosa, il pensiero fisso ricorreva. Una ricorrenza che non
ricordavo. E la rincorrevo cercando di capire qualcosa. Improvvisamente sul
monitor apparve una scritta: “Comunque non siamo due piccioni, altrimenti ci avresti
preso con una fava”.Non captando il messaggio di quel messaggio(un messaggio
quadrato, settanta per settanta) riuscì a farmene una ragione. Ma la ragione è dei fessi ed un fesso con
tanti perché potrebbe rischiare di diventare intelligente. Tutto questo pensare,
pensai, sarà dovuto alla pasta scotta? Invece no. Era sintomatico del fatto che
a volte i detti che sentite dire in giro, potrebbero risultare falsi. Mentre
scrivevo e digerivo la pasta biscotta, udì suonare un pianoforte da uno che lo
suonava piano – piano. Era uno di quei piani con la coda. Colui che lo suonava,
lo suonava così piano che la coda formatasi dietro era lunghissima. Capito il
problema dell’ingorgo musicale, tornai a scrivere e ad affrontare i mie
pensieri. Erano pensieri difficili. Il primo riuscì a sconfiggerlo. Poi via con
il secondo ed il terzo. Ma mi assalirono in branco e cedetti, privo di ogni
forza. Compreso il fatto che non era una
buona serata né per parlare con i piccioni, né per scrivere né per affrontare i
miei pensieri, decisi di tornare a guardare quel commovente film. Un ultimo
dubbio mi assalì: ma poi chi è questo parente, del cognato, del cugino, del
figlio del protagonista di quel film che trasmettono sempre a quell'ora su quel canale? Ma sapevo in cuor mio che tutto questo non aveva
senso.
L'ULTIMO SALUTO
Ciao Lucio,
non potevo non salutarti. Ma come, andarsene così? Sei nel
bel mezzo della riunione, un tuo amico accende lo smart phone, si connette ad
internet e a bruciapelo annuncia: “ragazzi, è morto Lucio Dalla”. Cazzo! Mi
viene da pensare. Subito ti vedo sul palco dell’ariston, a San Remo. Molta
gente conserverà di te questa immagine come ultima. Sessantanove anni, troppo
giovane. Potevi dare ancora tanto. Già mi mancano le tue poesie. Quelle che
avresti potuto dire, ancora. Certo l’ultima canzone sembrava proprio tua. Ma tu
non sei mai stato San Remo. Non sei mai stato come il festival della canzone
italiana. Non si può morire di infarto in Svizzera, lo sai? Dovrebbe essere
illegale. Nel paese degli orologi, si è fermato il tuo e quello di molte
persone che in te hanno trovato una guida. Ricordo che le tue prime canzoni le
ascoltavo grazie ad un amico di famiglia. Ora anche lui non c’è più. Ero
piccolo, sette anni o otto. Nonostante i tuoi cambi repentini di stile,
riuscivi sempre ad emozionarmi. I versi
che ricordavano meglio erano quelli di un “disperato erotico stomp”. A sette o
otto anni, ti rendi conto? I bambini di quell’età non si perdono nel centro di
Bologna, vero? Un natale mi feci regalare una tua raccolta. Stupenda. In mezza
giornata l’ascoltai quattro volte. No, non mi sono rincoglionito. Impossibile,
dici? Io mi sono innamorato. Puttane, scenari surreali, piccoli Gesù Cristo.
Della tua musica, della tua voce. Ogni nota un urlo gentile, magari gridato con
sarcasmo, con ironia. Con amore, sempre. Ogni acuto una poesia. Che brividi
ogni volta. E la definiscono musica leggera? Leggera un cazzo, hai ragione!
Macigni su stati d’animo inquieti, questo rappresenta la tua musica. Un cantautore maestoso.
Secondo, per me, solo a De Andrè. Ma Faber è sempre Faber, sei d’accordo? Certo
che sì, ci mancherebbe. Due poeti completamente differenti, questo è chiaro. Tu
mi hai insegnato tanto. Il rispetto, il disincanto. L’ironia, ancora una volta.
Hai visto, a Sorrento già vogliono intitolarti un porticciolo. Certo, a misura
tua. Dai, non ti incazzare, potrebbe venirti qualcosa. Scusami, non volevo. Ora
ti scrivo così come si scrive ad un caro amico. Come dici? Se continuo con le
citazioni mi farai avere notizie dai tuoi legali? La tua ironia, fenomenale. La
rabbia che riuscivi a tirar fuori. Ogni volta una tematica diversa. La stessa
voce, scopi diversi. Chi sa se lì dove sei ora potrai parlare con puttane
ottimiste e di sinistra? Certo andarsene all’improvviso, non me lo dovevi fare.
Ora comprendo quant’è profondo il mare.
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