E ti pareva che non mi pigliava la capata triste. Sarà la
grappa mischiata alla sambuca o viceversa. Che poi l'effetto è lo stesso. Quell’ultimo
cicchetto mi ha dato il colpo di grazia. Dopo una bellissima serata passata con
amici veri, di quelli fraterni con i quali condivideresti tutto (alcuni ti
mancano un casino e vorresti averli lì al tuo fianco); dopo una serata del genere,
dicevo, torni a casa e svuoti la tua mente da pensieri superflui ma
fondamentali. Sarà il giorno appena trascorso. Un giorno qualunque, in un
calendario scelto per convenzione. Altrimenti sai che casino. Un giorno
qualunque manco tanto. Una data ricevuta per caso e ricordata. Non un giorno
qualunque come gli altri giorni qualunque, insomma. Un giorno qualunque da
ricordare ma che vorresti dimenticare. Sono solo ventiquattro ore. Vai a
dormire pensando mentre la tua mente si affolla di pensieri superflui. Sempre
gli stessi. Quelli fondamentali. Prendi sonno, finalmente. Al risveglio ancora
quei pensieri. Come se il tuo cervello si sia messo in standby per tutta la
notte. La giornata non è delle migliori. In questa prima metà di novembre c'è stata una temperatura da paura. Quasi costantemente sopra i venti gradi. Ma oggi sai che pioverà. Non controlli mai il meteo, ma sai che pioverà perché te ne accorgi affacciandoti dalla finestra. Pensi e ripensi cercando di sfollare riuscendo solamente a sovraffollare.
Se avessi fatto in quella maniera? Se avessi detto quelle parole? Avrei potuto
conquistarla con una mossa romantica anacronistica? Le risposte ai quesiti le
conosci e le eviti. Non ti piacciono perché ti mettono di fronte alla realtà e questo è il
momento di piangersi addosso, non quello di fare gli uomini. Questo momento di
autocommiserazione psicanalitica ti rende consapevole. Ma sempre più abbattuto.
Abbattuto e carico di pensieri che ti
abbattono. Sei nella merda fino al cervelletto. Sei nella merda internamente,
praticamente sei pieno di merda. L'ambiente fuori non ti è di aiuto. Depresso più di te. Non è l'ambiente migliore per cercare conforto, ma tanto tu non lo cerchi. Ed ecco che per te arriva il momento migliore.
Uscirne di gran classe con l’indifferenza più totale. Come se “il fatto non
fosse il tuo”. Cerchi un pretesto, una distrazione. Per tirare sino a sera.
Guardi la partita facendo finta di tifare contro. Mangi carne cotta alla brace.
Carne di maiale, ovviamente. Bevi vino rosso. In questo contesto estraneo da tutto quanto è intorno riesci a risollevarti. Almeno per
qualche ora sei riuscito a fregarti. I pensieri vanno scemando. Per un attimo ti sfiorano ancora. Agisci
di conseguenza, questa volta con quella consapevolezza sana. Un gesto senza
malizia e via, tutto come prima. Ti accorgi che finalmente piove. Infondo a te piace la pioggia. Non riesci a spiegarti il perché, filosoficamente parlando, si capisce. Ritorni tra gli amici, quelli veri. Pensando anche a quelli assenti per motivi di lavoro.
Beati loro, almeno un lavoro ce l’hanno. Sorridi anche un po' e ti senti più leggero. Non
fisicamente, questo è chiaro. Imbastisci una discussione sull’attualità, sull’arte.
Saviano non è l’eroe che sembra. Obama non è l’eroe che sembra. Appoggia
Israele contro la Palestina. Ma per tutti resta un eroe. Brad Pitt e Kevin Spacey
sono bravissimi attori e Seven è un filmone. Parli di storia. I colpi di stato,
la camorra, il terrorismo ed i servizi segreti. Il tutto orchestrato dal grande
occhio massonico. Parli di persone assenti, giusto così, per farti quattro risate.
Tutti pareri abbastanza concordanti. Pensi che non c’è sfizio a discutere così,
non c’è dibattito, ma solo resoconto. Non fa niente, tanto sei tra amici,
quelli veri. Poi succede che sorseggi sambuca e grappa e mentre arrivi al tuo
quindicesimo drummino di giornata ti rendi conto che sta per arrivare una
capata triste. Fuori fa più freddo del solito. Noti per la prima volta i colori dell'autunno. Pensi che stai affrontando la vita come un essere umano. Pensi a
domani perché tanto oggi, tutto sommato, è stato il più bello dei giorni qualunque.
domenica 18 novembre 2012
mercoledì 16 maggio 2012
COMPRO UNA VOCALE
ATTENZIONE,
IL RACCONTO NON PROCEDE IN MANIERA CRONOLOGICA!
C,
M, G, R, S, M, M, C, M, R. No, non è l’inizio di un codice fiscale. Sono
iniziali di nome di donne. Tutte quelle donne che in momenti diversi mi hanno
fatto innamorare di loro. Questi ricordi, alcuni lontanissimi, altri talmente
vicini che fa specie chiamarli ricordi, dicevo, questi ricordi riaffiorano
mentre mangi dei taralli al peperoncino di un euro acquistati al supermercato
sotto casa. La qualità è bassa e me ne accorgo dal fatto che due taralli su tre
sono cotti eccessivamente. Ma ormai sono affezionato a questo particolare
alimento, di questa particolare marca, prodotto e confezionato in provincia di
Bari. Riaffiorano i ricordi. Rifletto, mi domando e dico: ma è mai possibile
che le donne che ho amato abbiano tutte quante un nome che inizi per una
consonante. Non so, forse è solo il caso. Una questione di affinità verso
ragazze non vocali. Mi sento attratto dalle EMME in particolare. Non dalle
ragazze che si chiamano Emma. Altrimenti il caso non si sarebbe posto. Mi sento
attratto in particolare dalle ragazze che all’ufficio anagrafe del proprio
comune di nascita sono registrate con un nome che inizia con la lettera EMME.
Magari si fanno chiamare così. Magari all’anagrafe sono registrate come
Antonella, Emma, Ilaria, Ofelia, Olga e via discorrendo. E’ mai possibile, mi
chiedo? Sì. A molte ragazze non piace il nome che portano e si lasciano
chiamare con secondi nomi più o meno esistenti. Anche se la mia domanda non era
questa. Tra l’altro le due ERRE sono seguite dalle stesse lettere. Sono due
ERRE gemelle anche se molto diverse tra loro. Ma non ci giurerei, perché la
prima ERRE non la vedo ne la sento da una mezza vita. Diciamo che se si è
tenuta com’era allora, dovrebbe essere completamente diversa dal punto di vista
sostanziale. Se ERRE è com’era allora. Pare quasi uno scioglilingua. La forma è
la stessa, sia chiaro. Non dello scioglilingua, ma della ERRE. Non c’è una A,
una I. La C, il primo grande amore della mia vita. Ai tempi dell’elementari.
Quando per far colpo su una bambina la colpisci in senso materiale. La fai
piangere. Chissà cosa scatta in una mente di un bambino. Puro istinto di scene
che magari ricorreranno in futuro, da sposati, oppure finissima strategia? “La
picchio e poi faccio pace. Un bacetto sicuro ci scappa!” penserà il bambino. O
forse, molto più semplicemente, è così che deve andare il Mondo degli amori
infantili. Ma non mi pare il caso di mettersi a disquisire sulla psicologia di
bambini che a stento superano i dieci anni. La seconda C. Un innamoramento veloce,
fuori casa. Poi torno faccio il tipo romantico. Il racconto di fiori inviati ed
una storia finita male. Io che faccio? Esatto! Le mando dei fiori, gli stessi.
Un genio del male praticamente. Forse la più grande stronzata della mia vita.
Il rifiuto era quasi scontato. Sono stato davvero malissimo. Quei giorni
passati dopo il rifiuto furono i due giorni peggiori della mia vita. Poi mi
sono ripreso. La Gì. Un nome raro, almeno in Italia. Almeno al Sud. Grande
fanciulla. Lei una gemella ce l’aveva per davvero. Erano e credo siano ancora,
eterozigote. Ed eterosessuali, questo ve lo assicuro. La sorella – gemella tutta
etero aveva il nome che iniziava per A. Sul presente non garantisco, potrebbe
benissimo aver cambiato il suo nome con un nome più consono. Io persi la testa
per lei. Ora, non ricordo bene di quale testa si trattasse. Ma è inutile dire
che all’età delle scuole medie esplode tutto. Una felicità espressa in ogni
momento della giornata. Senza distinzioni di situazioni, orari e circostanze.
Probabile che a parlare fossero gli ormoni. L’unico dato di fatto ineccepibile
è che le stavo dietro come un ape corre dietro ad un fiore in primavera.
Immaginate la scena. Anche se le api volano ed i fiori non corrono. Voi
immaginatela lo stesso. Non prendetela, e ce l’ho con voi donne, come un fatto
di categoria. Non voglio minimizzare la figura femminile, distinguendo il
gentil sesso(quello che dopo aver fatto l’amore ti dice grazie) in due
categorie. Voglio solo provare a fare un’analisi di quanto è avvenuto fino a
questo momento nella mia vita. Uno studio approssimativo e completamente privo
di fondamento scientifico volto a spiegare un fenomeno così strano. Ancor più
strano diviene, questo fenomeno, quando, su dieci donne delle quali mi sono
anche minimamente innamorato anche solo per qualche peculiare caratteristica
fisica, quattro portano il nome che inizia con la stessa lettera. Quasi il
cinquanta per cento. Una cosa davvero inspiegabile. La EMME. Cosa avrà questa
lettera in più delle altre. Oggettivamente, anche parlando di estetica pura, le
EMME risultano essere le più belle e forse anche le più intelligenti. Anche se
l’ultima ERRE rimane, per una sola questione temporale, colei che meglio
sintetizza il concetto di bellezza anche caratteriale ed intelligenza. Una ERRE
che qualsiasi altra vocale o consonate riuscirà a battere. Però voglio dire
che, anche se non sono alla ricerca spasmodica di un’altra lettera, sono sicuro
che la prossima sarà miglio.
domenica 6 maggio 2012
TEMPO INTERPRETATO
Che
cos’è il tempo? Mi piace iniziare ciò che scrivo ponendo domande. Risulta
essere il miglior modo per superare i propri dubbi. Ma questa è una di quelle
domande alle quali è difficilissimo trovare una risposta. Che cos’è il tempo?
E’ un susseguirsi impercettibile di avvenimenti e di persone. Impercettibile ma
allo stesso tempo calcolato. Noi viviamo in base al tempo. Noi siamo il tempo.
E viviamo questa situazione dimensionale ognuno a modo nostro. Il tempo ci
accompagnerà per tutta la vita. La nostra vita. Lui andrà oltre. Oltre se
stesso. Chi corre e va sempre di fretta non gode del tempo. Il susseguirsi
impercettibile diviene ossessione. Ogni persona, ogni avvenimento, risultano
essere un qualcosa di insensato, di illusorio. Rischiano di andare fuori tempo.
Poi c’è chi è schiavo del tempo. Ogni cosa ha una scadenza, un ritmo costante a
tratti inesistente. Un qualcosa di estremamente noioso, quasi a sentire
l’incedere dei passi di quella scarpa con la suola di gomma. Un piede pesante
che nella più totale indifferenza passeggia su quanto accade. Dei veri e propri
tempisti che assecondano la loro bramosia di cadenza. Poi c’è la categoria più
divertente. E’ composta da quelle persone che rappresentano il tempo. Tutto ha
da farsi. Ma con calma. Senza correre, senza dimenarsi. Una totale assuefazione
da tempo. Il ritmo lento di un batterista ormai troppo anziano. Tante, troppe
cose già fatte e la speranza anzi la certezza di farne altre mille ancora. Il
tempo che diviene fantasia, creazione. Si perde e si rigenera in una danza
sinuosa con il tutto. Un continuo contro tempo che è dimensione ed
extradimensione. L’ultima categoria sarà premiata dal tempo. La cosa certa è
che bisogna avere rispetto del tempo. Non di quello impersonificato e nemmeno
di quello convenzionale. Ma del tempo interpretato, di quello sì, bisogna avere
rispetto.
giovedì 26 aprile 2012
LA RIBALTA DEI FILOSOFI MUTI
Sono belle le persone vero? Ce ne sono di dolci, di
presuntuose. Ce ne sono di belle ma stupide. Ce ne sono di intelligenti e
simpatiche, ma diversamente guardabili. Una licenza poetica al passo coi tempi.
Ce ne sono di pigre. Che spettacolo l’umanità. Ce ne sono di attive che
vorrebbero spaccare il Mondo e che invece spaccano altro. Ce ne sono di passive
che il Mondo lo spaccano. C’è chi ama scrivere e leggere. Ci sono le persone
leggere e quelle pesanti. Poi ci sono quelle leggere ma pensanti e quelle
pesanti non pensanti. Anche i passanti. Ci sono persone che sono da evitare,
assolutamente. Anche queste, nel loro piccolo, sono persone bellissime. Hanno
tutte queste caratteristiche, spesso anche accoppiate a caso, senza una precisa
corrispondenza. L’una caratteristica non deve per forza riassumere l’altra. Se
viste da lontano. Ogni singola persona ha un suo motivo di vita. Ogni persona
ha qualcosa da dire. Lo si dice a denti stretti. Lo si dice in mente. Non lo si
dice per non offendere, così lo si può dire più forte. Chi lo sente ride.
Questo è lo spettacolo della vita. Tutti esorcizzano i propri timori, le
proprie paure. Non giudicatele le persone. Amatele, studiatele, comprendetele. Divertitevi con loro. Divertitevi su di loro. Commentatele.
No, non giudicatele. Abbiatene cura. Cercando il minimo dettaglio. La ricerca
della parola più consona. Certo potrebbe capitare che una persona non si senta apprezzata o
addirittura si senta evitata. Ascoltatela, sicuramente ha qualcosa da dire e lo
dirà, forse in maniera sbagliata. Quelle persone spesso hanno tanto da dire, ma
non sanno come dirlo. Lasciano spazio all’altro. Anche per una forma di
timidezza mista ad altruismo. Molto spesso ci concentriamo ad osservare le
persone, ci ergiamo a giudici estremi della verità assoluta. Ci sono tante
bellissime persone. Quelle che studiano e lavorano. Quelle che lavorano e non
guadagnano. Quelle che non lavorano e guadagnano. Ma la convinzione è che
arriveranno filosofi, i veri filosofi. Quelli che, pur non parlando, dicono
tutto. Quelli che non vogliono adeguarsi ad un sistema incatenato. Quelli che
non si piegano al più classico del così fan tutti. Saranno persone prima che
filosofi. Sarà la ribalta dei filosofi che non giudicano. Sarà la ribalta dei
filosofi muti.
sabato 21 aprile 2012
BREVE SINTESI DI PENSIERI SPARSI SENZA SPAZIO NE TEMPO
Il pigiama corto “spezzato” addosso. Sa di fresco. Il
profumo di estratto di fiori di lavanda dà solo l’idea di primavera. Fuori non
sembra il mese di aprile. Direi più marzo. La sensazione stupenda appena lo
indossi. La pelle trova nuovo vigore. Il cotone diviene tutt’uno con il tuo
corpo. Una sensazione meravigliosa. L’ultimo gesto che placa l’indole del tuo
cuore zingaro, della tua mente zingara. Accendo una sigaretta. Sono due delle
cose che ricorrono maggiormente nei miei pensieri. Il voler essere uno zingaro
ed il sapore del tabacco appena preso dalla busta. Un aroma forte appena lo
estrai. Appena brucia con la carta diviene fumo. Non sto qui a spiegare cosa
avviene tecnicamente. So solo che quel sapore mi rende un piacere enorme. Certo
che mi sto intossicando. Ma un gesto consapevole rende ancor più responsabili.
Ma il mio cuore è zingaro. Indossando il pigiama rimango coi piedi per terra.
Un gesto consapevole, appunto. Tutto diviene come una specie di ritornello.
Cantato sempre con lo stesso tono di voce e sulla stessa nota. La vibrazione di
quella nota, il suo ondeggiare, mi ricorda l’oceano pacifico di una baia in
Nicaragua. Deserta, la baia. Imponenti le onde. Ma innocue. Stupende da
osservare. Letali da affrontare. Cento imponenti onde, un’unica nota, quasi mai
intonata. Vorrei stringerti la mano nei sobborghi parigini. Offrirti una birra
chiara e non troppo forte nel centro di Cracovia. Poi magari me ne offri una
tu. Dedicarti un valzer a Vienna. Vorrei stare a guardare le stelle su di una
spiaggia a Rio De Janeiro. Darei il tuo nome ad una di loro. Passeggiare mano
nella mano sul lungo mare di Napoli. Inventare storie con castelli e
principesse. Partenope può essere incantevole se si concentra. Vorrei baciarti
ad occhi chiusi a Berlino mentre una coppia di tedeschi beve birra in boccali
giganti e si ferma ad osservarci. Troppo maniacale, dici? Sono serate come
queste che mi riportano a tutto ciò che vorrei ma non posso. Consapevolezza e
fantasia, una fusione letale ed imponente. Come le onde. Tutto il resto è
cornice. Prendo il telefono, scorro la rubrica. Il tuo numero è sempre quello.
Non oso disturbarti. In ottanta secondi ho girato il Mondo. Anzi, una
piccolissima parte. Vorrei ripetere con te tutte quelle cose. Luogo e tempo non hanno importanza. La sensazione di freschezza
svanisce. L’estratto di lavanda dura poco, una giornata al massimo. Ora vado a
dormire, vado a viaggiare nei sogni. Ci incontriamo lì se a te va bene.
venerdì 13 aprile 2012
LA DONNA DELLA TUA VITA, MA DI RISERVA
Lei è lì. Tu lo sai. E’ la donna della tua vita, ne sei
sicuro. Lei non lo sa. Di mezzo un altro. E’ arrivato prima, molto prima di te.
Lei è lì e tu lo sai. E’ stata proprio Lei a dirtelo. Non puoi averla, non può
essere tua. Ma puoi parlarle quando e quanto vuoi. Tu ti senti come un calzino
a righe marroni e verdi messo ad asciugare sul terrazzo al sole pallido di
novembre. Ti senti così, come in balia di quel vento autunnale. Non un vento molto forte. Il classico vento
che ti sposta e ti rimette al tuo posto.
A cadenze non precise. Quando meno te l’aspetti. Accendi un’altra sigaretta. Potrebbe
essere l’ultima prima di andare a dormire. Non sarà l’ultima prima di andare a
dormire e tu lo sai. In sottofondo il solito John Coltrane a farti compagnia.
Quel particolare suono di Jazz rende i tuoi pensieri ancor più cupi e tristi. A
tratti noir(nuar, per chi non sappia leggere il francese). Ti prepari anche un
whiskey con tre cubetti di ghiaccio. Una di quelle bottiglie che ti hanno
regalato nelle vacanze natalizie. E’ un buon whiskey. Scozzese, robusto. Sul
recipiente di alluminio è ritratto un sentiero in mezzo ad un prato. Sullo
sfondo una enorme cascina con tanto di cinta muraria e dependance(depandans,
ancora la storia del francese). Sembra la Toscana, altro che Scozia. Ma ti
accorgi che si tratta della Scozia per le nuvole numerose in cielo. La foto è
stata scatta al crepuscolo. Il sole nascosto dietro le nuvole crea un effetto
roseo, molto bello a vedersi. Sul tappo del recipiente di alluminio, vi è
disegnato una sorta di blasone. Vorrebbero far passare quel whiskey per una
cosa d’alta nobiltà. Certo è un’ottima marca. Ma alla fine resta una bevanda di
compagnia, nient’altro. Richiede un’altra sigaretta, bagnata nel whiskey, magari.
Avresti potuto temporeggiare. Non
svelarle nulla. Hai avuto paura di eventuali equivoci. Sì, la situazione stava
per diventare pesante. La tua tristezza era divenuta zavorra nelle tue giornate
a rullo continuo. La routine(rutìn, avete capito che conosco più di due parole
francesi) assesta colpi come quelli di un martello in mano ad un fabbro. Forti
e ripetute. Avresti potuto temporeggiare, certo. Intanto lì c’era sempre lui. E
Lei lo sapeva. Non sapeva di te. Lei. E’ la donna della tua vita. Te lo ripeti
perché ne sei convinto. Tu hai raccontato queste sensazioni a tre persone
solamente. Ad altri hai accennato solo qualcosa. Lei ti ha assicurato di non
aver proferito parola con nessuno. Forse solo con lui, com’è giusto che sia.
Mentre sei lì, che pensi ancora al fatto che Lei sia la donna della tua vita;
mentre aspetti che la sigaretta impregnata di whiskey s’asciughi, mentre sorseggi
la bevanda scozzese contenuta in un recipiente di alluminio che sembra
raffigurare la Toscana; ti chiedi ancora se aspettare, sognando, con la
certezza di restare come quel calzino a
righe marroni e verdi o rischiare e cercare la donna della tua vita di riserva.
martedì 3 aprile 2012
SI DIA DEL TU
Cosa nasce da un amore desiderato, sempre celato, poi svelato ma deluso? Potrebbe nascere tristezza, disincanto. Addirittura cinismo. Ma tu non sei cinico. Tu sei uno che pensa tanto ad una cosa da dire, forse troppo. Ti piacerebbe apparire cinico. Ma ti si legge in faccia la dolcezza, il romanticismo. Tu anteponi il cuore alla ragione. Per questo non riesci a piangere con le delusioni. Ti amareggi, un po' stai male. Ma non piangi. Ci rifletti. Dici: "in fondo così doveva andare, se non voleva, va bene così, basta." Sei così grande di cuore che ti metti in secondo piano. Dovresti fregartene. Ma la tua paura di perdere una persona amata supera di gran lunga la voglia di non pensarci ed essere sollevato. Basterebbe uno sfogo, di tanto in tanto. Tu no. Tu incassi. Come una spugna di un metro e ottantacinque centimetri e di oltre cento chili assorbi tutto. Come cazzo fai? Non ti importa. Ti basta sapere che lei, quella persona, è lì. Non ti vuole, non ti può volere. Ma vuole continuare ad esserci per te. Se rifletti è una gra puttanata. Intanto tu ci pensi per dodici ore. Valuti tutto. Immagini cose. Costruisci eventualità. Per cinque o sei ore dormi. Male, molto male. Il tempo che rimane lo dedichi ai tuoi interessi, al tuo lavoro, alla tua famiglia. Sembri uno di quei pugili buoni solo a prendere cazzotti. Non cadi mai. Ma arriverai a quaranta anni che sarai rincoglionitissimo. Ma la cosa peggiore sono quelle nottate che ti prende una tristezza infinita. Vorresti liberarti, telefonare. Sentirla. Ma oltre che romantico sei anche un po' orgoglioso. Tutto questo ti rende distratto. E vivi ora per ora, alla giornata. La situazione non potrà che peggiorare. Devi togliertela dalla testa. Tu che riversi le tue sensazioni nero su bianco e cerchi di rendere ogni tua emozione, pubblica.E' il metodo più efficace che possiedi per comunicare. Che ne farai di queste poche righe? Le pubblicherai? Se le leggesse? Anzi, sai che le leggerà. Allora lo vuoi un consiglio? Dille che non vuoi perderla, nonostante tutto. Dille che in fondo ti sta bene così. Magari la telefoni ogni tanto, sempre se lei è d'accordo. Saperla lì ti solleva. Cosa te ne frega se non dormi?
domenica 18 marzo 2012
RICERCA DEL PERSONALE, INCUBI IRLANDESI ED EROI DI BIANCO VESTITI
Diciamo che un giorno decidi di vestirti con una maglia verde per andare a festeggiare il giorno di
San Patrizio. Già questo dovrebbe essere poco consono da parte tua, considerato
il fatto che sei ateo. Ma chiudiamo un occhio, non facciamo parte di una
commissione morale che ti giudicherà per questo. Diciamo che per combattere la
solita routine decidi di accettare questa insolita uscita per festeggiare un
Santo, San Patrizio, protettore dell’Irlanda tutta(insieme ad un altro paio di
loro). Che poi San Patrizio è di origini scozzesi. Ecco spiegato il verde e
nemmeno tanto. Ma tu hai tante maglie verdi nell’armadio ed il verde si intona
con i tuoi occhi. Farai un figurone. Conoscerai un po’ di gente, magari qualche
ragazza carina o forse la donna della tua vita. Macché. Al limite farai qualche
figura di merda. Ma che te ne fotte. Parte della comitiva ti capisce e
condivide il tuo pensiero. Sicuramente berrai birra a fiumi e mangerai bene.
Ecco, appunto. Il verde ti dona, ma questo lo sapevi già. Inoltre ti presti
facilmente alle goliardie. Una cravatta gigante che dice “baciami, sono
irlandese” ti fa sorridere e la indossi. Tutta la sera a cazzeggiare e tenere
il ritmo del gruppo dal vivo che prova a riprodurre suoni irlandesi. Talvolta
con risultati eccellenti. Ma la tarantella non ti risulta essere un ballo di
origini irlandesi. Esci fuori per fumare, due volte. Tu sei a mezze maniche con
la tua maglietta verde. Non è molto freddo. Qualcuno ti guarda e entrando nel
locale esclama “Ah è vero, oggi è San Patrizio”, ignaro di quanto stia per
succedergli. Ti portano da bere. Dopo
un’ora dall’ingresso nel pub. Provi a scambiare qualche parola, annuisci per
salvaguardarti. Sei a stomaco vuoto e potresti innervosirti. Il tuo panino
arriva. Sembra più una merenda pomeridiana per bambini delle elementari. Lo
ingoi con lo sguardo. Lo trovi buono per la fame. Lo bagni con il residuo di
birra diventata ormai tisana di luppolo(cit. Francesco Cataldo). Continui a
grondare sudore come una grondaia perde acqua nella stagione delle piogge. Attendi
che gli altri finiscano di mangiare. Cornetto veloce, un po’ d’acqua. Incontri
casuali per strada ad Avellino. Quattro chiacchiere. La via del ritorno. Hai ancora
fame, devi ammetterlo. La solita pizzeria. Pensi al fatto che questa serata è
stata quasi un incubo, se non fosse per una parte della compagnia. Pensi al
fatto che avrai gli incubi perché tutta la sera sei stato in tensione a causa
della tua compagna di merende. Ti ha lanciato un paio di sguardi, gli incubi.
Entri in pizzerie e vedi l’eroe che potrebbe salvarti la serata, vestito di
bianco. La cameriera/figlia del proprietario della pizzeria/gnocca esagerata,
mentre finisce di sollevare le sedie per pulire il locale, dice: “Se vuoi la
pizza puoi fare anche la pizza, lo so che tu vieni a quest’ora a prendere la
pizza”. E pizza sia. Ha detto tre volte pizza e mi ha convinto. Una sorta di
incantesimo del cazzo. Ha due labbra magiche, ma non è il momento di fare il
romantico. Altroché. Scambi due chiacchiere con il pizzaiolo. Ecco la pizza.
Condimenti a cascata. La pizza in solitaria è un qualcosa di irrinunciabile.
Soprattutto se vuoi mantenere elevati i tuoi standard di colesterolo. Ringrazi
il pizzaiolo, in questo sabato è stato il tuo eroe. No grazie, il basilico no.
Il basilico è verde.
mercoledì 14 marzo 2012
IL GIORNO VESTITO DI NERO
Le due di notte sono un orario che adoro. Più in generale amo la notte. Dicono sia fatta per dormire. In effetti sì, se si vuol vivere una vita al di sotto delle proprie possibilità vitali. Non che io sia impegnato in attività sfrenate e dispendiose a livello fisico. Amo ascoltare, ma questo già lo sapete. Di notte i miei pensieri viaggiano a velocità impensabili. Sembra banale dirlo, ma viaggiano alla velocità dei sogni. Molti andrebbero persi se non rimanessi sveglio. Una velocità che voi non sareste in grado di raggiungere. Certo, l’insonnia aiuta. E’ un dato di fatto. Al solo pensiero di poter perdere tutti questi pensieri, che ansia che mi viene. Amo la notte perché ti permette un auto confronto. Ed un autoconforto. Puoi raccontarti nella tua intimità. Oppure mettere in prosa le tue sensazioni. Descrivere una giornata a suon di metafore, similitudini. Insieme a tutte le altre figure retoriche. Mentre qualcuno ordina un caffè al bar, pensando al solo atto di bere quel caffè, non si accorge di tutto il movimento attorno. Il motorino blu scuro che sfreccia per strada con due persone a bordo. Uno dei due passeggeri indossa un casco blu con una striscia nera nel mezzo. Deve essere intonato con il motorino. Il secondo passeggero, come da consuetudine dalle nostre parti, non lo indossa per niente. Il mendicante nomade chiede l’elemosina a bordo strada. Potrebbe vederlo, ma quel qualcuno è intento a bere il caffè. Intanto lui, il mendicante, assume una posizione da recitazione pietosa, nel senso della pietà, per chi sa quanti euro a fine giornata. Queste due cose succedono nel solo istante in cui si pronuncia la parola caffè. Immaginate quante altre centinaia di migliaia di cose possono succedere quando si è concentrati solo ed esclusivamente a bere quel caffè. Ma voi non ci penserete, chi lo farebbe? Io sì, per questo amo la notte. La mia mente supera la velocità del suono. Non sono retorico e nemmeno presuntuoso. Tutti ci pensano. Solo alcuni ci provano e riescono. Riescono a piangere con se stessi e a ridere di se stessi. Se stessi fermo non riuscirei a comprendermi. Ma forse ho un animo zingaro, inteso nell’unica accezione possibile, quella più nobile. Quella della libertà di pensiero e di azione. E di cultura anche. Amo la notte perché indica la fine di un continuo girovagare. Tenendo conto della sola dimensione spazio - temporale, però. Tutto il resto fermenta, non si ferma. Una fine relativa, quindi. Se solo provassi a riprendere abitudini perse ormai da due lustri, non riuscirei ad immaginarmi. Non vorrei proprio essere un altro. E’ così che conclude la fermentazione. Con la consapevolezza di essere. Non di stare e nemmeno di avere. L’essere è l’azione migliore. Non essere sarebbe come sparare ad un pianista mentre è impegnato in un concerto. Nel bel mezzo del “solo”, svanisce tutto, dopo anni di applicazione sistemica. Un delitto imperdonabile. Ma ora rallento il tutto e scusate se sono stato un po’ troppo forte. In fondo la notte è solo il giorno vestito di nero. Non listato a lutto. Ma molto più elegante, più discreto.
giovedì 8 marzo 2012
ASCOLTARE INCONTRO
Buonasera. Volevo farvi una domanda. Ma quanti hobby
conoscete? Si, i passatempo. Quanti se ne contano, quanti ne avete? Tantissimi,
immagino. Con tutti gli imput che abbiamo, nascono interessi come funghi. Chi
ascolta musica, chi vede film a ripetizione. Qualcuno ama il decoupage e il
bricolage. Forse è quella parola francese, perché è di due parole francesi che
stiamo parlando, alla fine: “age”. Vuol dire età. Forse inconsciamente chi si adopera
nell’arte del fai da te crede di recuperare qualche anno. E’ tutto inconscio,
ovvio. Ma stiamo divagando. Gli uomini giocano a calcetto. Si accaniscono,
finisce la partita e tutti a mangiare assieme. Anche qualche donna. Gioca a calcetto, dico.
Le donne fanno shopping. Spesso non comprano. Magari litigano tra di loro per
accaparrarsi qualche occasione. Ma si rilassano. Anche qualche uomo. Fa shopping,
dico. Ma forse sono luoghi comuni. Così come è divenuto comune l’acquisto e
quindi l’utilizzo di smartphone e tablet touch screen. Quei cosi tutto fare che
tocchi lo schermo e ti si apre un Mondo. Sì, lo so che li conoscete. Anche io
ne ho uno. Attrezzi infernali. Anzi, scommetto che una grossa percentuale di
voi ora sta leggendo queste poche righe direttamente da lì. Comodamente a
letto. Bene, tutti questi hobby, tutti questi passatempo, risultano essere
delle distrazioni. Avete capito bene. I soli passatempo utili e redditizi per
la crescita personale sono la lettura e la scrittura. E l’ascoltare. So a cosa
state pensando. In testa vi frulla una domanda:”ma questo chi si crede di
essere? E’ forse pazzo?”. Sì, sono pazzo. Sono pazzo della natura e quindi dell’uomo.
Sulla lettura e sulla scrittura penso non ci siano dubbi. Sono due passatempo
che non moriranno mai. Le vostre perplessità crescono sull’ascoltare. Quando
dico ascoltare, intendo sentire. Vedere con le orecchie. Capita di notte. Tutto
questo preambolo per dire sta cazzata? La premessa andava fatta. Perché sono
proprio quelle distrazioni, quegli estetismi fini a se stessi, che ci
allontanano dalla realtà. Dicevo, capita di notte. A me sì, non so a voi.
Mentre sei solo, preso dai tuoi pensieri, tendi le orecchi verso l’esterno
cercando di capire cosa succede. Succede che una foglia viene spostata dal
vento. Puoi vederla perché senti il vento. Non puoi sentire la foglia. Troppo
leggiadra. E’ la natura. Riesci a vedere la foglia che si sposta verso una giostra
per bambini. Rossa e blu, arrugginita per la scarsa manutenzione. L’uomo e la
natura che si incontrano. Certo devi essere fortunato ad abitare nei pressi di
un parco giochi con degli alberi lì vicino. Solo così potrai notare questo
evento di una straordinaria semplicità, ma allo stesso tempo così potente. Devi
anche sperare che prima o poi si alzi il vento. Ma la natura è grande. In
spiaggia, ad esempio. Di giorno sempre affollata, gente che nuota, qualcuno
mangia sulla battigia. Prova di sera. Andare vicino al mare, ad ascoltare il
mare. Ad ascoltare la sabbia. Sotto un velo blu scuro illuminato da tanti
puntini all’apparenza gialli. Ti fermi in un punto. Un silenzio assordante. La
brezza marina che di notte tira verso la terra ferma, ti apre scenari favolosi.
Non avresti mai saputo della loro esistenza, se non fossi andato lì, in quel
preciso istante. Una goccia del mare ti bagna la sigaretta che avevi appena
acceso. Ti spegne i rumori. Il mare danza, si leva, si alza. Come a voler
raggiungere le stelle. Poi si rassegna e si china. Si piega all’immensità del
velo blu scuro. E così, avanti per tutta la notte. Natura contro natura. Il
bene contro il bene, per una volta. Tutto questo di giorno non esiste. Non
esiste perché la natura viene sconfitta dall’uomo. Il bene contro il male. Ma
tu, andando di sera, in spiaggia, puoi riequilibrare le cose. Riavvicinare l’uomo
alla natura. Una tregua che duri un paio d’ore. Ecco. L’ascoltare è il
passatempo ideale. Riavvicina l’uomo alla natura. E quindi a se stesso. Ora vi
faccio una domanda: quanti hobby vorreste avere ancora?
martedì 6 marzo 2012
E ANCHE PER SOCRATE, OVVIAMENTE
Esistono tanti modi di fare le cose. Volendo, potresti fare una cosa fatta bene assumendo un' aria triste. Potresti aggiungere all'aria triste una vena di protesta. Borbottare farebbe di te una persona desiderabile. Oppure potresti accendere una sigaretta. Sembreresti un duro, un figo come si dice in gergo. Non se devi manipolare della carta. Moriresti al rogo e meriteresti questa morte, in tal caso. Altrimenti potresti stamparti in faccia un ghigno. Un'allegria forzata, a tutti i costi, in ogni momento della giornata. Gesticolare in maniera forsennata. Entusiasmarti per ogni cosa. Ridere a crepapelle sempre. Potresti voler fare qualcosa ricercando la personalità, indossando un berretto colorato ed un paio di occhiali da sole all'ultimo grido. Oppure potresti indossare un ultimo grido con un paio di occhiaie colorate. E non sto scherzando. Ad esempio, come lo stai leggendo questo post? Io mi immagino dietro una telecamera, stile "quei bravi ragazzi", come voce fuori campo. Potrebbe essere benissimo una sorta di monologo ad inizio film. Insomma, tu potresti fare un po' come ti pare. Volendo potresti infilarti un dito nel naso mentre leggi, anche se c'è qualcuno lì a guardarti. La cosa importante è che tu conosca te stesso. Infondo lo diceva Socrate, anche se sembra scritto da Fabio Volo, con tutto il rispetto per Fabio Volo. E anche per Socrate, ovviamente.
venerdì 2 marzo 2012
LA RUOTA E’ LIBERA QUANDO L’ASFALTO SDRUCCIOLA
Signori fate largo al nonsense. Questa è la sua serata. Una
serata di lucciole per lanterne, scoperte sempre eterne, vesti di madri
materne. Mettere in rima pensieri artigianali, racconterò una storia di fatti
surreali. L’altro giorno era notte. Erano le cinque, le diciassette per chi
percorre la sua vita in senso contrario. Ora, non vi dico che caldo faceva. La
notte più calda di un pomeriggio invernale d’agosto. Dovevo rientrare a casa
presto, ma visto che c’ero, mi trattenni un altro po’. Nel senso che già ero a
casa e presto - presto, riuscì a trattenermi. Trattenni le lacrime perché avevo
appena saputo della non morte di un parente, del cognato, del cugino, del
figlio del protagonista di quel film che trasmettono sempre a quell’ora su quel canale. Ricordo troppo bene. Stavo per
commuovermi. Era uno di quei canali belli a vedersi. Erano dei canali vanitosi.
Larghi, ma non molto profondi. Con i ponti settecenteschi, uno ogni settecento
metri. Con dei ponti quattrocentonovantamileschi (non riuscite a leggerlo,
vero? Lo stesso sforzo che ho fatto io a scriverlo), praticamente. Il non
parente non moriva ed io mi commuovevo. Asciugate le lacrime, mi misi al
computer con quel monitor sollevato da una mattonella quadrata, settanta per
settanta (quattromilanovecento), bianca con i bordi neri e con due uccelli che
facevano i piccioncini al centro. Chiestomi il perché di questa cosa( del
perché mettersi a scrivere a computer) decisi di non rispondermi, così da
restare con un dubbio. Ora, tutti sanno che il dubbio è sintomo di
intelligenza. Talvolta però i sintomi possono essere anche sbagliati. Nel
dubbio continuai a scrivere. Improvvisamente uno dei due piccioni, la femmina,
mi par di ricordare, mi suggerì di non andare oltre con il ragionamento. Pure
perché era nascosto da una folta ragionabarba(questa la capirete al prossimo
rigo). Assecondai il piccione, sì, lo assecondai perché dal mio punto di vista
era il secondo al centro della mattonella. Quindi, dicevo, assecondai il
piccione e continuai a scrivere senza mai staccare i piedi da terra. Ma con la
testa sempre ricoperta da un pensiero fisso. Nello scrivere mi ricordai di aver
messo a scuocere la pasta. Sì, io adoro mangiare la pasta scotta. Poi appena
fatta, quindi biscotta, è ancora più buona. Da leccarsi i baffi e avendo
possibilità di lingua, anche la barba. Mangiando
la pasta collosa, il pensiero fisso ricorreva. Una ricorrenza che non
ricordavo. E la rincorrevo cercando di capire qualcosa. Improvvisamente sul
monitor apparve una scritta: “Comunque non siamo due piccioni, altrimenti ci avresti
preso con una fava”.Non captando il messaggio di quel messaggio(un messaggio
quadrato, settanta per settanta) riuscì a farmene una ragione. Ma la ragione è dei fessi ed un fesso con
tanti perché potrebbe rischiare di diventare intelligente. Tutto questo pensare,
pensai, sarà dovuto alla pasta scotta? Invece no. Era sintomatico del fatto che
a volte i detti che sentite dire in giro, potrebbero risultare falsi. Mentre
scrivevo e digerivo la pasta biscotta, udì suonare un pianoforte da uno che lo
suonava piano – piano. Era uno di quei piani con la coda. Colui che lo suonava,
lo suonava così piano che la coda formatasi dietro era lunghissima. Capito il
problema dell’ingorgo musicale, tornai a scrivere e ad affrontare i mie
pensieri. Erano pensieri difficili. Il primo riuscì a sconfiggerlo. Poi via con
il secondo ed il terzo. Ma mi assalirono in branco e cedetti, privo di ogni
forza. Compreso il fatto che non era una
buona serata né per parlare con i piccioni, né per scrivere né per affrontare i
miei pensieri, decisi di tornare a guardare quel commovente film. Un ultimo
dubbio mi assalì: ma poi chi è questo parente, del cognato, del cugino, del
figlio del protagonista di quel film che trasmettono sempre a quell'ora su quel canale? Ma sapevo in cuor mio che tutto questo non aveva
senso.
L'ULTIMO SALUTO
Ciao Lucio,
non potevo non salutarti. Ma come, andarsene così? Sei nel
bel mezzo della riunione, un tuo amico accende lo smart phone, si connette ad
internet e a bruciapelo annuncia: “ragazzi, è morto Lucio Dalla”. Cazzo! Mi
viene da pensare. Subito ti vedo sul palco dell’ariston, a San Remo. Molta
gente conserverà di te questa immagine come ultima. Sessantanove anni, troppo
giovane. Potevi dare ancora tanto. Già mi mancano le tue poesie. Quelle che
avresti potuto dire, ancora. Certo l’ultima canzone sembrava proprio tua. Ma tu
non sei mai stato San Remo. Non sei mai stato come il festival della canzone
italiana. Non si può morire di infarto in Svizzera, lo sai? Dovrebbe essere
illegale. Nel paese degli orologi, si è fermato il tuo e quello di molte
persone che in te hanno trovato una guida. Ricordo che le tue prime canzoni le
ascoltavo grazie ad un amico di famiglia. Ora anche lui non c’è più. Ero
piccolo, sette anni o otto. Nonostante i tuoi cambi repentini di stile,
riuscivi sempre ad emozionarmi. I versi
che ricordavano meglio erano quelli di un “disperato erotico stomp”. A sette o
otto anni, ti rendi conto? I bambini di quell’età non si perdono nel centro di
Bologna, vero? Un natale mi feci regalare una tua raccolta. Stupenda. In mezza
giornata l’ascoltai quattro volte. No, non mi sono rincoglionito. Impossibile,
dici? Io mi sono innamorato. Puttane, scenari surreali, piccoli Gesù Cristo.
Della tua musica, della tua voce. Ogni nota un urlo gentile, magari gridato con
sarcasmo, con ironia. Con amore, sempre. Ogni acuto una poesia. Che brividi
ogni volta. E la definiscono musica leggera? Leggera un cazzo, hai ragione!
Macigni su stati d’animo inquieti, questo rappresenta la tua musica. Un cantautore maestoso.
Secondo, per me, solo a De Andrè. Ma Faber è sempre Faber, sei d’accordo? Certo
che sì, ci mancherebbe. Due poeti completamente differenti, questo è chiaro. Tu
mi hai insegnato tanto. Il rispetto, il disincanto. L’ironia, ancora una volta.
Hai visto, a Sorrento già vogliono intitolarti un porticciolo. Certo, a misura
tua. Dai, non ti incazzare, potrebbe venirti qualcosa. Scusami, non volevo. Ora
ti scrivo così come si scrive ad un caro amico. Come dici? Se continuo con le
citazioni mi farai avere notizie dai tuoi legali? La tua ironia, fenomenale. La
rabbia che riuscivi a tirar fuori. Ogni volta una tematica diversa. La stessa
voce, scopi diversi. Chi sa se lì dove sei ora potrai parlare con puttane
ottimiste e di sinistra? Certo andarsene all’improvviso, non me lo dovevi fare.
Ora comprendo quant’è profondo il mare.
lunedì 27 febbraio 2012
QUESTA TERRA
Questa è la
tua terra. A Napoli ci considerano montanari. Ad Avellino ci considerano
napoletani. Proprio questa condizione ha trasformato questo territorio in terra
di nessuno. La tua terra. Questa terra. Ripeterlo come una litania ti aiuta a
decidere, forse. Andare o rimanere. Vorresti rimanere. I familiari, casa tua. I
luoghi ed i profumi che ti hanno reso uomo. La tua terra, questa terra. Basta
una canna, un bicchiere di troppo. Vorresti andare via perché alle due di
notte, mentre ti rechi all’unico bar aperto a quell’ora per una bevanda
analcolica con delle bollicine, alle due di notte dicevo vedi una quarantina di
persone che discutono animatamente fuori quel bar. Una mega rissa nella mega
sala con la mega statua. Di polistirolo, la megastatua. Di carne, cemento e persone
la rissa e la sala. La tua terra, questa terra. In mezzo alle due province tira
un vento pazzesco. Alcuni sostengono che sia proprio il vento a far degenerare
le persone. Il vento rende matti. La tua
terra, questa terra. Intanto siamo al centro della Campania. Ma si respira
un’aria di isolamento. Chi c’è, rimane. Qualcuno va via. Alcuni che in gioventù
hanno commesso qualche peccato, mettono la testa a posto. E vanno via. Lo
chiamano riscatto sociale. Rende meglio la parola fuga. La tua terra, questa
terra. I più coraggiosi provano a costruire qualcosa, a creare i presupposti.
Provano a parlare con le persone, provano a capirle. I più ottimisti
continuano. I realisti abbassano le ambizioni. I pessimisti vanno via. La tua
terra, questa terra. A fine serata, un sabato sera qualunque, ti viene sete. Il
bar con la mega statua di polistirolo, l’unico aperto a quest’ora, ospita tante
persone. Un futile motivo e poi la baraonda. Arrivi e ti trovi un muro di
persone davanti. Ora entro o non entro? “E che cazzo, non si può mai stare
tranquilli in questa merda di posto!!” ti viene da pensare. Potrebbero
guardarti in maniera strana se lo urlassi. Li a terra noti un ragazzino. Avrà
poco più di diciotto anni. E’ svenuto, si sente male. Magari è stato
violentemente colpito. “Poverino”, pensi, “ma se la sarà cercata”. La mia
terra, questa terra. Quante associazioni esistono. La politica cosa fa? Certo le persone impegnate nel
“l’attivismo” sono tante. Chi durante la settimana impiega il suo tempo per la
comunità, cerca svago altrove. Lontano da qui. Anche se solo a pochi chilometri
di distanza. Due o tre ore senza quell’aria di isolamento. La tua terra, questa
terra. Entri nel bar incurante della confusione. Eviti spalle. Il rischio di
sfiorare una corda tesa esiste. Potrebbe generare qualche altra rissa e tu non
ne hai proprio voglia. Entri e ti dirigi alla cassa, ritiri lo scontrino.
Ordini al bancone, prendi ciò che ti spetta e ti allontani. Indifferente, così
com’eri entrato. Ma non puoi fare a meno di notare alcuni dettagli. Chi cerca
un cellulare. Qualcuno racconta la sua versione dei fatti ad un suo amico appena
giunto in soccorso. La tua terra, questa terra. Rincasando cerchi di evitare le persone e le macchine.
Con la coda dell’occhio noti l’ambulanza aperta. Stanno per caricare il ragazzo
poco più che diciottenne. Vedi la barella arancione. Tutta la strumentazione di
bordo. A due metri dall’ambulanza, la punto primo modello dei carabinieri.
Hanno solo questa in dotazione. Che tristezza. Loro, i carabinieri, cercano di
raccogliere le versioni dei fatti.
Ognuno alla sua, ognuno aggiunge qualche particolare. La tua terra, questa terra. Ti immetti sulla
strada statale “sette bis”. Sei solo nella tua macchina, rifletti. Qui se non
scatta una rissa ogni tanto, non riescono a star tranquilli. Ti viene da fare
una battuta: “La rissa è il secondo sport più praticato nella mia terra. Il
calcio è davanti a tutto, sempre. “ Ridi amaro. La tua terra, questa terra.
Torni a casa. Vuoi mettere nero su bianco i tuoi pensieri. E’ facile per Fabio
Volo, Alessandro D’Avenia e Federico Moccia fare gli scrittori. Sono cresciuti
in grandi città. Scrivono bene, certo. Sono molto fantasiosi. Vendono un sacco
di libri. Solo perché sono cresciuti in grandi città. Solo perché raccontano
casi semplici da vendere. Non hanno mai vissuto questo tipo di realtà. I loro
racconti non raccontano vita. Raccontano un ideale di vita. Invece no. La tua
maledetta terra, questa terra si esprime in un’altra maniera. La litania
continua. Il dubbio torna più forte di prima. Restare o andar via? Renderti
utile alla tua gente o farti furbo e crescere professionalmente? Sacrificarti,
provare a migliorare le cose e vivere ai margini della società o fuggire ed essere
festeggiato da tutti ogni volta, al rientro? Il dubbio resta. Non deciderai
mai, fino a quando non ti capiterà qualcosa. Non deciderai mai. Perché infondo
sei legato a filo doppio, mentre pensi ispirato dal vento, alla tua terra, a
questa terra.
venerdì 24 febbraio 2012
ANIME PERSE
Fottuta nostalgia,
anima in pena
immobile fuggir
senza una meta.
Abbaglio di una luce
ancor più cupa
sentir non posso
tristezza assai profonda.
Il male, questo male
non dà scampo
nel male, questo male
senza tempo.
Rivolgimi un sorriso
a poco a poco
di questo paradiso
il triste gioco
mercoledì 22 febbraio 2012
LETTERA AD UN'AMICA
il caso incontra le persone nuove
s'ispira spinto dal battere del cor
il fato vuole ciò che tutto muove
un piacere antico inteso come amor(Paolo Vecchione)
Ciao
da quel novembre del 2009 sono passati due anni e quattro mesi. L'inizio del corso, le prime lezioni a Villa Doria a via Petrarca. Napoli. Che città spettacolare. Da lì sopra riuscivi a vedere tutto il golfo nella sua interezza.Nella città partenopea il sole splende trecentocquaranta giorni l'anno. Il riflesso del sole sull'acqua è uno spettacolo unico. Visto dall'alto poi, ti alleggerisce la mente. Con te, non so per quale motivo, non volevo stringere amicizia. Forse perché eri la preferita della "maestra". Certo che meritavi di esserlo! Una penna fantastica. Quando ascoltavo i tuoi pezzi in classe mi saliv un senso di invidia. Si, lo so. Anche io sono bravo. Ma io ho dovuto cercare il modo di scrivere, la mia poetica. Tu ce l'avevi innata quella dote. Che rabbia se ci penso. Ma è una cosa passata. La prima volta che ci siamo trovati a parlare è stato nel mese di marzo. Nel treno. Tu andavi a Cicciano. Io a Sperone. In cinque mesi non lo avevo mai saputo. Non so perché subito iniziai ad aprirmi. Capita molto raramente. Forse mi ispiravi, che ne so. Era in progetto il famoso mensile, uscito poi con un unico numero a maggio. Il proggetto è morto lì. Iniziai a raccontarti di tutte le mie paranoie, la mia claustrofobia. La politica, le associazioni. Sono sicuro che tu ti chiedevi:"ma questo qui che vuole da me?". Quello che ho trovato. Una amica con la quale confidarmi. Poi lo sai che con le persone che non mi interessano veramente tendo ad annuire. Me ne sono accorto dalla prima volta in cui ho avuto l'opportunità di parlarti, appunto. Qunte ne dicemmo contro la pazza scatenata? Da quel marzo sono passati due anni, quasi. L'esame. La selezione per formare la redazione. La selezione per la vacanza di lavoro della durata di una settimana. A Milano, presso la redazione del quotidiano libero. Tu arrivasti un giorno dopo, tua sorella doveva laurearsi ricordo. I primi due giorni erano terribili. Ci presentavamo al secondo piano di via L. Majno 42, ad angolo con corso Buenos Aires, già verso le dieci. Gli unici computer liberi erano quelli dei grafici. Gente incazzosa, i grafici. Ti ricordi? Chi ha toccato il mio computer? Domandavano stizziti. Noi a ridere sotto i baffi, con la paura di poter essere sgamati. Ci dissero di ronzare intorno ai giornalisti, chiedere, rubare segreti. Quante risate. Io fui il primo a fare il moscone. Era un martedì. Prima della riunione delle quindici. Andammo a mangiare a quella tavola calda. Come si chiamava? Tavola calda Mirò, se non sbaglio. Proprio su corso Buenos Aires. Caffettino. Tu eri fuori al balcone. Proprio sopra la scritta "Libero". Io ero uscito per fumare. Mi accorsi che lacrimavi solo dopo qualche secondo. Che c'è? Ti chiesi. Ovvio, sta piangendo, non risponderà mai, pensai tra me e me. Ti offri il mio braccio e la mia spalla. Il tuo singhiozzare, il tuo tremolio mi fecero salire un magone. Trattenni le lacrime. "Mi sento scoraggiata, dicesti. Qui non facciamo niente, che siamo venuti a fare.?" Questa volta fui io a non rispondere. Stavo per commuovermi. Ti passai i fazzolettini, asciguasti le lacrime ed andammo alla riunione. Ti ricordi. La casa di Montecarlo del cognato di Fini, le rivolte di Terzigno sulla crisi dell'immondizia. Quante cazzate che dicevano in quella stanza. Tu con lo sguardo cercavi di tenermi a bada. L'unico argomento trattato con estrema sincerità era quello della morte di Sandra Mondaini che non aveva resistito alla morte del marito alcuni mesi prima. Che pagliacci. Un giornale di gossip, questo era. Il direttore Belpietro con gli scortatori. Tu eri ospitata da un'amica. Noi tre, i magnifici "Posta, Seguimi e Attivato" stavamo su viale degli Abbruzzi 17, ultimo piano. Un appartamento favoloso, enorme. Dal balcone si poteva vedere...Si poteva vedere tutto il traffico. Che panorama vuoi che ci sia a Milano. Tre fumatori accaniti. Quella casa sembrava un caminetto. Che cazzo di risate se ci penso. Il quinto elemento stava in un albergo un po' fuori mano. Che tipo, aveva paura di rimanere senza un posto in cui stare e volle prenotare tempo prima. C'era anche un sesto, ma è troppo antipatico per essere ricordato. Quel martedì sera uscimmo noi tre, quelli del megappartamento, in ispezione milanese. Le strade la intorno erano tutte uguali.Abbiamo girato in tondo per due ore prima di finire da un paninaro di quelli per strada a gestione rumena, proprio davanti al tribunale di Milano. Lo stesso tribunale che ha visto protagonista(in senso lato) il nano ghiacciato. Per me fu una emozione unica, quasi volevo andare a baciare le scale. Ma forse l'emozione era dovuta alla fame. Avevo proprio i crampi dalla fame. Sulla via del ritorno decisi di inviarti un messaggio. Non ricordo le parole precise che scrissi. Ma era un pensiero di incoraggiamento. Vedrai che da domani andrà meglio, diceva. O qualcosa di simile, Mi rispondesti con tono incerto. Ti augurai una buona notte. Ma la notte portò consiglio, evidentemente. Il giorno seguente, anche grazie al mio ronzare attorno al tizio che parlava di scarpe e scriveva di economia, Claudio si chiamava. Che tipo assurdo. Il più simpatico assieme al tuo paesano, Tobia e ai ragazzi della redazione sportiva. Più qualcun'altro. C'era anche qualche zoccolone(scusa l'eufemismo), perché anche l'occhio vuole la sua parte. Da quel mercoledì le cose andarono meglio. Tu fosti la prima, assieme a Domenico a scrivere una breve su Fincantieri. Da lì è iniziato tutto.Le mie brevi su Enel, la lettera di Antonio sulla situazione dellavoro nero. Gli articoli firmati da me e Pier sul numero di domenica 26 settembre. Che gioia. Posso dire con estrema convinzione che è da lì che è iniziato tutto. Il ritorno a Napoli. La formazione dei turni. La redazione. I servizi in comitiva. Le cazziate di gruppo in vivavoce. Che spasso. Che bellissime giornate "di merda" che ci ha fatto passare quella maledetta. Quante risate! A proposito. Mi devo scusare con te per tutte le volte che non ti ho avvisato. Per tutte le volte che non mi facevo sentire. Il ritorno a Napoli. Le telofnate che ci facevamo, lunghissime. Ti uccideva la salute e ti sfogavi con me, il tuo vice. I cerchi che hai iniziato a disegnare stanno iniziando a formarsi. Ieri se ne è chiuso uno. Presto se ne chiuderà un altro. Ne dovrai aprire tanti altri, lo sai? Per quello che hai scritto ieri. Il gruppo, il nostro gruppo è fortissimo. Si è consolidato col tempo. Chi se n'è andato ma con il cuore è rimasto. Chi è rimasto e si lamenta sempre. Chi detiene il record di pazienza. Sappi che, qualora ne avessi bisogno, avrai sempre il mio sostegno. Perché ti voglio tanto bene!!
TERRA DI VENTO
Un cappello senza colori
asseconda la forza del vento
la natura, i suoi oscuri poteri
una terra, nessuno è contento
caldo gelido raffredda ogni cosa
un respiro, una foglia, la rosa
un sol attimo, fuga, la via
desiderio di nostalgia
(P. V.)
martedì 14 febbraio 2012
Training, Train, Trane. Improvvisazione su tema. Dialogo con John Coltrane.
Ehi John.
Qui è cambiato tutto,
John. Il tuo Sax non scuote più le anime. La mia si. John, è cambiato tutto ti
dico! La frenesia tiene occupata tutta la giornata. Quando ti ascolto alle due
di notte. Le vibrazioni che emani. Che brividi, la tachicardia. Mi commuovi.
Non mi succede mai. Solo le bellezze naturali mi hanno commosso prima. E tu sei
una vera forza della natura, John. Come dici? No, non ti ascolto su vinile. Si
chiama “youtube”. Ci trovi di tutto. E’ sulla rete John, su internet. Chi vuole
digita il tuo nome e ti ascolta. In realtà è difficile da spiegare. Da quell’estate
del 1967 ne è passato di tempo, sono cambiate tante cose. Come si permettono? Lo so, hai ragione. Non so
che dirti. Però se ci pensi è un bene.
Un ragazzino di quindici anni può ancora innamorarsi della musica di un vecchietto di ottantotto
anni. Sono gli anni che avresti. Si, lo so che hai smesso di contarli da
quarantacinque. La frenesia, John. Non come la calma in quella New York anni
cinquanta. Ma che ne posso sapere io. Non ricordo quando ti ho conosciuto.
Ricordo per certo che è stato grazie ad internet. Più o meno una dozzina di
anni or sono. ‘A faccia do Jazz!! Scusa, è un’espressione nel mio dialetto, nel
mio “slang”, come dite voi di New York. Da quando te ne sei andato, ne sono
passati di artisti. Qualcuno è sopravissuto, ma è cambiato tantissimo. I
migliori sono morti. Scusa, non volevo. Si lo so che non ti offendi. Ma mi è
parso di essere indelicato. Come dici? Tu sei morto, quindi sei uno dei
migliori? Eheh, mi hai fatto sorridere. Tu sei il migliore in assoluto,
comunque. Qui è cambiata la musica. Le
radio non mandano più i brani che durano oltre i tre minuti. Se lo fanno li
tolgono prima. Che tristezza, vero? Spezzare un brano, intendo. E’ come se mi
togliessero la penna mentre sto scrivendo. Un sopruso bello e buono. Che vuoi
farci. A loro interessa vendere e guadagnare, guadagnare e vendere.
Restano solo dei drogati senza creatività artistica. Scusa John. Non
volevo. “Roba” passata dici? Eh già, a volte me ne dimentico. Mi hai fatto
sorridere di nuovo. Ma tu ne avevi di creatività. Certo quando suonavi eri
analitico. Ah si, lo sei ancora? Mi fa piacere! Con il tuo sassofono in mano
cambiavi carattere. Che genio che sei! Va bene, ora vado a dormire. Uh guarda,
sono le quattro del mattino. Che coincidenza! Si lo so, John. Non mi devo
scusare. Ciao e grazie ancora, John. Non smettere di suonare…
sabato 11 febbraio 2012
FREDDURE SOTTO GHIACCIO
Una freddura, una battuta spiritosa, una frase ironica. Sono tutti sintomi di intelligenza. Molti non riescono a ridere o a far ridere non per mancanza di humor, ma per paura di non saperlo fare. Ora, è anche vero che molte delle battute che facciamo sono circostanziali. Però bisogna saper riconoscere la battuta liberatoria dalla battuta inopportuna, la battuta favolosa da quella demente. A me piace fare i giochi di parole che molto spesso generano risate liberatorie. Questa breve premessa mi porta a scrivere nel seguente post, alcune battute che nel corso dell'anno passato mi sono venute in mente. Leggetele, fate finta di non conoscermi ed esprimete un giudizio:
In visita a Benevento:
In visita a Benevento:
Benevento è una bellissima città. Tutti lo Sannio.
Stato influenzale:
Ho voglia di un
cocktail, ma ho l'influenza. Opterò per una Tachipirigna.
Incidenti e scioperi:
L'unico carburante rimasto in giro è quello nella concordia.
Creazionismo
Dio creò il maiale e vide che ciò era buono. E lo mangiò.
Televisivamente parlando
Ieri sera, su La 7, hanno trasmesso il film
"Philadelphia". Per motivi di palinsesto, hanno mandato in onda la
versione ridotta: "Philadelphia light..."
Chiaramente siete invitati a non insultarmi :D.
venerdì 10 febbraio 2012
PENNA NERA
Penna
rossa. Ti permette di scrivere i pensieri più intimi. Quelli passionali. Ieri
ad esempio stavo morendo.
Penna blu. Dà sfogo all'originalità. Il ritmo delle idee è cadenzato dall'attrito della punta della penna che scorre sulla carta. Quando compongo poesie. Quando scrivo racconti, quando invento nuove freddure. Vedo blu ovunque. Capita nel bel mezzo delle serate con gli amici.
Penna nera. L'effetto del nero sul bianco non mi piace. Mi dà l'idea di scontato, di spento. Eppure è l'effetto che più si vede in giro. Libri, appunti universitari. Trovo sia formale. Rasenta il burocratico.
Penna rossa. Sì, stavo morendo. Fuori nevicava. L'evento naturale mi scatena qualcosa. Ti immagino. Immaginarti sulle sue gambe. Che rabbia. Trattengo le lacrime a fatica. Il gelo le tiene ferme. Anche la mente vorrebbe scopare. Con te sarebbe un coito continuo.
Penna blu. Capita di rientrare di fretta a casa per mettermi all'opera. Scrivo. I pensieri scivolano veloci sul foglio a quadretti. La mano destra parla a filo diretto con la parte sinistra del cervello. Mi apro. Vedo ogni singola lettera prendere forma. La mente si apre. Descrivo il Mondo. I dettagli. Vorrei osservarti in questo istante.
Penna nera. La usa chi si pettina anche i peli del culo. Troppo precisa. Priva di emozioni. Non mi ci rispecchio. Cerco una forma migliore. Ci provo. Scrivo solo cose banali. La sposto. Via la penna nera, meno una.
Penna rossa. Cazzo dove sei? Vorrei dirti tante cose. La mia bocca sa di tabacco. Vorrei tanto sentire il sapore della tua. Non lo immagino. Vuoi mettere l'incontro del nuovo? La sorpresa, la meraviglia. Tanto sa di tabacco anche la tua. Ne sono convinto. Fumi ancora? Cosa importa? Ma credo di si, ti piaceva tanto.
Penna blu. Tonalità accesa. Occhio vispo. Ogni parola ha un senso geniale. Infiniti significati. Quando faccio il poeta sono proprio affascinante. Infiniti sguardi nell'oblio dei tuoi occhi. Corrono i pensieri. Bacio la penna. Questi versi li dedico a te. Sorrido. Il foglio si riempie. Insignificanti problemi. Ne prendo un altro.
Penna rossa. Stavo morendo. Una maglia. La felpa, il camino. Trenta gradi sopra lo zero. Un brivido di freddo. Sempre nella mia testa. Vorrei scopare con te tutta la notte. Non posso. Che rabbia. Non posso fare a meno di te.
Penna blu. La fantasia scema. Sforzo la creatività. Ho sonno. Chissà se qualcuno ha inventato un pc completamente a comando vocale. Sicuramente. Lampo di lucidità.
Penna rossa. La tua pelle.
Penna blu. T'immagino.
Penna rossa. Respiri caldi
Penna blu. Ti voglio
Penna rossa. I nostri corpi
Penna blu. Ti sento
Penna rossa. Buio totale
Penna blu. Ti perdo.
Non nevica più. Penna nera
Penna blu. Dà sfogo all'originalità. Il ritmo delle idee è cadenzato dall'attrito della punta della penna che scorre sulla carta. Quando compongo poesie. Quando scrivo racconti, quando invento nuove freddure. Vedo blu ovunque. Capita nel bel mezzo delle serate con gli amici.
Penna nera. L'effetto del nero sul bianco non mi piace. Mi dà l'idea di scontato, di spento. Eppure è l'effetto che più si vede in giro. Libri, appunti universitari. Trovo sia formale. Rasenta il burocratico.
Penna rossa. Sì, stavo morendo. Fuori nevicava. L'evento naturale mi scatena qualcosa. Ti immagino. Immaginarti sulle sue gambe. Che rabbia. Trattengo le lacrime a fatica. Il gelo le tiene ferme. Anche la mente vorrebbe scopare. Con te sarebbe un coito continuo.
Penna blu. Capita di rientrare di fretta a casa per mettermi all'opera. Scrivo. I pensieri scivolano veloci sul foglio a quadretti. La mano destra parla a filo diretto con la parte sinistra del cervello. Mi apro. Vedo ogni singola lettera prendere forma. La mente si apre. Descrivo il Mondo. I dettagli. Vorrei osservarti in questo istante.
Penna nera. La usa chi si pettina anche i peli del culo. Troppo precisa. Priva di emozioni. Non mi ci rispecchio. Cerco una forma migliore. Ci provo. Scrivo solo cose banali. La sposto. Via la penna nera, meno una.
Penna rossa. Cazzo dove sei? Vorrei dirti tante cose. La mia bocca sa di tabacco. Vorrei tanto sentire il sapore della tua. Non lo immagino. Vuoi mettere l'incontro del nuovo? La sorpresa, la meraviglia. Tanto sa di tabacco anche la tua. Ne sono convinto. Fumi ancora? Cosa importa? Ma credo di si, ti piaceva tanto.
Penna blu. Tonalità accesa. Occhio vispo. Ogni parola ha un senso geniale. Infiniti significati. Quando faccio il poeta sono proprio affascinante. Infiniti sguardi nell'oblio dei tuoi occhi. Corrono i pensieri. Bacio la penna. Questi versi li dedico a te. Sorrido. Il foglio si riempie. Insignificanti problemi. Ne prendo un altro.
Penna rossa. Stavo morendo. Una maglia. La felpa, il camino. Trenta gradi sopra lo zero. Un brivido di freddo. Sempre nella mia testa. Vorrei scopare con te tutta la notte. Non posso. Che rabbia. Non posso fare a meno di te.
Penna blu. La fantasia scema. Sforzo la creatività. Ho sonno. Chissà se qualcuno ha inventato un pc completamente a comando vocale. Sicuramente. Lampo di lucidità.
Penna rossa. La tua pelle.
Penna blu. T'immagino.
Penna rossa. Respiri caldi
Penna blu. Ti voglio
Penna rossa. I nostri corpi
Penna blu. Ti sento
Penna rossa. Buio totale
Penna blu. Ti perdo.
Non nevica più. Penna nera
venerdì 13 gennaio 2012
CINQUE OTTAVI DI BIOGRAFIA
Paolo Vecchione nasce a Napoli, l'8 Agosto del 1983. Appena fuori dall'utero materno, il pargolo pesa 3,2 Kg. Con il tempo acquisirà un certo peso. In sala parto, nessuno era preparato ad un evento così straordinario. Nei primi anni della sua vita non trova pace. Frequenti sono le corse in ospedale, a causa di cadute o tentati omicidi da parte dei suoi fratelli invidiosi della sua estrema bellezza (prrrrrrrrrrr N.d.r).IL PERIODO BAIANESE: Alle elementari si distingue per le notevoli capacità nel calcolo algebrico ( che abbandonerà ben presto) e acquisisce una particolare bravura nel cibarsi di penne Bic. Nel tempo libero guarda cartoni animati e svolge svariate attività fisiche tra cui: Nuoto, con il quale svilupperà la sua esile struttura; calcio, basket ed altre discipline minori, come tutti i bambini normali. Diversamente dagli altri, Il Nostro, ama denudarsi di buon ora ( le 6 del mattino) e mettersi a pensare ai massimi sistemi( ma anche a quelli minimi). Una volta preso il diploma elementare, decide di proseguire gli studi. Alla scuola media G. Parini di Baiano, diviene famoso per nulla e nella indifferenza più totale termina il primo anno, dopo il quale decide di trasferirsi nella vicina Nola. IL PERIODO NOLANO- SPERONESE: La scuola media L.Tansillo Lo accoglie a braccia aperte e Gli fa un paliatone che non finisce più. Il rapporto con il calcolo algebrico inizia a deteriorarsi e si fa spazio il lato umanista che risiede in Lui. Nel frattempo cambia comune di residenza( da Baiano al confinante comune di Sperone) ed inizia una frequentazione Opusdeista della quale si pentirà più avanti. Prima di raggiungere il diploma, inizia ad ingrassare, nonostante continui a svolgere regolare attività fisica ed invano cerca di darsi una spiegazione. Raggiunto il diploma Medio con la votazione di "Distinto", decide imperterrito di proseguire gli studi. La decisione sul liceo da scegliere è difficile. Al termine di un' estate passata tra l'ansia e la voglia di scegliere in fretta ( ahahahahahahahah N.d.r.), opta per il liceo scientifico e si iscrive al Liceo Classico G. Carducci (non ve l'aspettavate vero?). Al 4° e 5° ginnasio, fa di tutto per farsi bocciare ( per far capire ai suoi genitori che lo studio non fa per lui), ma il suo Cervello autonomo lo porta alla promozione in estremis. Il calcolo algebrico Gli dichiara guerra e P.V. si arrende da subito e decide ( ancora una volta) di cambiare scuola. Intanto continua il lento ma progressivo aumento di peso, ma la spiegazione manca ancora. Dal Liceo Carducci, passa all'Istituto Vescovile di Nola ( meglio conosciuto come Seminario) e qui trova il suo Habitat naturale. Molti sono i colleghi di classe che come Lui hanno fatto il salto della quaglia e instaura un rapporto di amicizia anche con i professori ( tranne con quella di Matematica). La voglia di studiare resta la stessa, ma perlomeno trova un divresivo. All'esame di maturità porta una tesina sul confronto dei 3 maggiori totalitarismi ( Fascismo- ITALIA (Mussolini), Nazismo - GERMANIA( Hitler) e Comunismo - RUSSIA (Stalin) ). Si diplomerà con 67/100, tra le proteste della prof. di matematica che avrebbe tanto voluto bocciarlo. QUIZ TIME: Secondo voi, decise di proseguire gli studi? Bravi avete risposto esattamente (sulla fiducia). IL PERIODO IPOTIROIDEO ( ancora in corso): Una volta raggiunto un peso smisurato, il Nostro, dopo un consulto familiare, crede che sia arrivato il momento di approfondire il problema e si reca da un medico-endocrinologo. La scoperta non gli sconvolge la vita, ma sicuramente da una spiegazione all'accumulo smisurato di massa grassa. La dottoressa spiega: Caro Paolo sei affetto da un ipotiroidite detta di Hasimoto ( o giù di lì) che nel 90% dei casi colpisce le donne. Constata la fortunata notizia, non cambia proprio nulla nella vita di Paolo Vecchione ( e nemmeno nei Fianchi, sull'addome etc etc). PERIODO NAPOLETANO UNIVERSITARIO ( anche questo, purtroppo, ancora in corso, parte prima): Come tanti giovani e speranzosi neodiplomati, Paolo prova ad affrontare i test di medicina. " mi laureo in sei anni, poi m specializzo in psichiatria ed in una dozzina di anni dovrei lavorare" pensa il rampollo della casata speronese ( ho sempre sognato di scriverlo). Affronta i suddetti test agli inizi del mese di settembre nell'ormai lontano 2002 [ che tra l'altro è stato un anno davvero palindromo( l'unico dal 1991 ad oggi)]. I risultati danno esito negativo e il soggetto del racconto decide di iscriversi alla facoltà di Farmacia. " Faccio qualche esame, che mi convalideranno l'anno prossimo a medicina" pensa il Vecchione. Svolge quattro esami su sei del primo anno e decide di riaffrontare i test di medicina, questa volta con la doppia chance pubblico/privato. Prova alla Federico II ed al Campus biomedico ( università sotto controllo Opus Dei, convinto dai suoi genitori). A Napoli si posiziona 500tesimo, a Roma per due punti e mezzo rimane fuori le porte. Giunta l'ennesima delusione post diploma, pre universitaria, il buon Paolo prende un grosso recipiente e dopo aver scritto i nomi di tutte le facoltà su altrettanti bigliettini, opta per un metodo infallibile di scelta: il sorteggio ( attenzione, il periodo appena letto potrebbe non essere reale ). " Speriamo esca una facoltà che mi dia lavoro e che m permetta di concludere velocemente gli studi" pensò tra lui e lui ( che tra l'altro ci passano pochissimi centimetri ). Detto fatto. Corso di laurea in filosofia. Accettato il verdetto della sorte (che poi il verdetto non ha colore, perché chiamarlo verdetto e non giallognolo? ), il grande vecchio prepara tutti gli incartamenti burocratici e armato di tanta pazienza si diresse verso la famosissima segreteria della federico II. PERIODO NAPOLETANO UNIVERSITARIO POST CRISTIANO CATTOLICO ( parte seconda): L'anno precedente, nell'attesa di intraprendere il suo reale cammino universitario, il protagonista di questa triste storia decide di risiedere presso una struttura a gestione Opus Dei, chiamata Residenza Universitaria Monterone, nella quale allogiano circa quaranta studenti fuori sede provenienti da tutta Italia ( tutti dello stesso sesso, ahimè). Il secondo primo anno passa in fretta. Tra i corsi all'università che lo tengono impeganto praticamente tutta la giornata ( dalle 8 alle 17 che manco il portiere della facoltà...) e lo studio quando rientra nel magnifico Mondo di opus focus, riesce a terminare la bellezza di sei esami sei ( su 39 e se ci penso mi viene lo sconforto ).
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