Questa enorme casa di campagna ha un ingresso. Ogni casa ne
ha uno. Alcune ne hanno due, tre. Questa
no, ne ha uno solo. Ma non sono qui per divagare. Entri e subito ti trovi in un
corridoio lungo e largo tre metri. Nove metri quadrati di corridoio. Come
faccio a saperlo senza aver letto il progetto originario della casa? Nella vita
ci vuole occhio e pure un po’ di culo. Io ne ho due e uno, rispettivamente parlando.
Ma non è il momento di darvi spiegazioni anatomico - geometriche. Una volta
calcolato perimetro e area del corridoio, alzi lo sguardo e ti accorgi di tre
porte. Una di fronte alla porta d’ingresso le altre due una a destra, l’altra a
sinistra. Anche in caso di uscita l’avrei raccontata più o meno così. Non so
che direzione prendere, quale porta scegliere. La simmetria è bella quando dura
poco. Mi piace, ma in situazioni del genere può mandarti in tilt. Scelgo quella
di sinistra e in un attimo mi ritrovo fuori dall’abitazione. Come immaginavo, cazzo! Quindi rientro e mi
dirigo verso la porta di destra che nel frattempo, chissà per quale oscuro
incantesimo, si è spostata di fronte. Apro la porta magica con fare deciso e mi
ritrovo di nuovo fuori casa. Eh no, questa proprio non me l’aspettavo. Questa
casa non ha l’aspetto da “casa con tre ingressi”. Per esclusione, anche se ormai le mie
certezze sono crollate di colpo, scelgo
l’unica porta che dovrebbe condurre all’interno. Apro e scorgo subito dodici ragazze di età
compresa tra i 25 ed i 28 anni e 5 mesi, più sette ragazzi tutti compagni di corso
iscritti al quarto anno della facoltà di odontoiatria tranne quello con i capelli rossi,
evidentemente fuori corso. Inoltre c’è un bimbo di due anni compiuti da due
giorni. La stanza è grande. Venticinque
metri tondi. Chissà quale università ha frequentato l’architetto progettista di
questa casa. Sembra una di quelle chiese prestate alla massoneria per fare i
riti sacrificali. Per un nanosecondo mi assale una strana idea. Ora questi
accendo un sacco di candele, spengono le luci ( non necessariamente nello
stesso ordine ) e tirano fuori qualche vittima sacrificale. Chessò, una
verginella, un capretto da sgozzare. Le cose che fanno i massoni, insomma.
Scorgo il tavolo con il vino ed altre bevande con un tasso alcolico più elevato
e mi tranquillizzo. Se vogliono sacrificarmi, almeno mi prendono ubriaco. Ma la
logica non è mai stata il mio forte. Riesco a notare tutto in una frazione di
secondo. Una velocità di pensiero della
quale mi stupisco e lo faccio in un batter d’occhio. Noto anche con piacere che
nessuno litiga. Questa casa non è un alterco, mi viene da pensare. Sorrido. Qualcuno
mi osserva con disprezzo, come se mi avesse letto nel pensiero. Sì, è arrivato
il momento di bere. Afferro con discreta indecisione una bottiglia di vodka
alla menta, ne verso 0, 2 litri in uno
di quei bicchieri di plastica grandi che lascia trasparire ma ingrandisce le
cose. Il liquido versato potrebbe essere sicuramente di meno, a questo punto.
Non faccio nemmeno in tempo per appoggiare la bottiglia che con una agilità
pari a quella di un rinoceronte che gioca a baseball la risollevo per versarmi
una quantità di liquido colorato e alcolico come quella precedente. Chissà se
anche quando pensiamo c’è bisogno della punteggiatura? Provo a bere la vodka
d’un fiato. Niente. Qualche strana forza mi costringe a riprovare con due
fiati. È il peggior drink della mia vita questo, senz’altro. Se c’avessi messo
altro sarebbe stato migliore. Ma questo drink è senz’altro. Il peggiore della
mia vita. Mi giro verso l’interno della stanza, osservo i presenti. Qualcuno ha
portato dei regali, sono appoggiati su di un divano. Pacchetti di ogni tipo.
Chissà per chi sono questi presenti. Mi fermo un attimo. Un capogiro. Che
schifo di drink. Però mi ha preso alla testa. Non sono riuscito ancora a capire
perché mi trovo qui, tra questi potenziali massoni. Però sembra gente
simpatica. A parte il bimbo di due anni. Non ha fatto altro che urlare e
piangere, piangere e urlare. A pensarci bene potrebbe essere lui la vittima
sacrificale. Ecco un lato positivo, la storia dei massoni inizia ad essere
intrigante. Ad un certo punto, questo con esattezza, si gira una ragazza mora e
riccia. Due tette medie, due occhi neri, due orecchie. Nere. Un naso. Perfetto.
Troppo perfetto per essere un naso. Mani con dita lunghe e affusolate. Gambe
con due piedi alla fine. Sguardo dolce e rassicurante. Lo stesso sguardo di un
bimbo con le mani sporche di fango che corre lanciatissimo verso di te. È
quella ragazza di 28 anni e cinque mesi. La ricordo bene. Silvia, il suo nome.
Forse. Ma la ricordo bene. Cinque mesi or sono ha compiuto gli anni. Mi invita
così, casualmente, al suo compleanno ed io con la stessa casualità accetto. Le
compro un regalo. Un libro dal titolo “ è facile smettere di mettersi le dita
nel naso mentre si è imbottigliati nel traffico”, di Sommante Naricio
Alcantaro. Un biologo spagnolo di
cinquanta anni che si scaccolava fino a sanguinare. Poi approfondisce il problema,
smette di scaccolarsi e scrive un libro grazie al quale vince anche il premio “
idee tutto sommato inutili per la salvezza del genere umano”. Dove diamine ho
già sentito questa storia? Nell’acquistare il libro mi domando: “Chissà
se Naricio è il suo secondo nome o il suo primo cognome?” Sono quei dubbi che
non possono avere risposta. Nel portarglielo ho pensato che forse non avrei
dovuto. Portarglielo, dico. Non sono mai stato bravo con i regali. Con incedere discreto ma deciso,
forse Silvia mi sia avvicina. Ci salutiamo baciandoci per due volte sulle
guance. Ho sempre pensato a questo saluto come a un possibile codice. Magari
inventato da due massoni. Sta diventando un’ossessione la mia. Lei inizia a
parlare. Mi lascio distrarre dalla sua voce, prima di far partire i mie soliti
dubbi sulla massoneria: come si salutano i massoni? Ma si salutano davvero se
si incontrano o essendo una cosa segreta la massoneria, i componenti di una
loggia si evitano completamente nella vita non massonica? Inizia a parlarmi. Mi
pare di capire che forse Silvia ha forse letto per davvero il libro che le ho
regalato. “ Così, grazie al tuo regalo, anche io ho smesso di mettermi le dita
nel naso mentre sono imbottigliata nel traffico.” “Che culo!”, mi viene da
pensare. Coincidenza vuole che mentre penso in maniera esclamativa lei si gira
tenendomi per mano. Davvero una bella visione. Quelle forme intrappolate in
quel paio di pantaloni. Nemmeno il tempo di formulare questo pensiero che ci
ritroviamo in una stanzetta, io e forse Silvia. Lei continua a parlare
ininterrottamente. Io inizio ad osservare la nuova stanza. Quattro pareti,
tanto per cominciare. Un divano, tanto per pomiciare. Rosso. Probabilmente il
suo colore originale era bordeaux. La moquette viola a terra. Rosa sul
soffitto. Ripenso all’architetto e quasi scoppio in una risata fragorosa. Alle
pareti delle foto di alcune persone. Sotto ogni foto le scritte: “ il mio
futuro figlio”, “ la mia futura nuora”; “ il mio futuro nipote”. Dei poster dei
suoi posteri. Chissà se ha messo queste
foto per far pensare a questa battuta. Se è così, è un genio. Continuo ad
osservare la stanza. Un letto. Grande. A due piazze, senza codice di avviamento
postale. Le porto un braccio attorno al collo. La vodka si fa sentire in testa
e mischiata al suo trapanare lessicale fa sembrare le mie tempie come due
tamburi. Le sfioro i capelli sollevadoli. Mi chiamano Hudinì. Le accarezzo il
collo. Ho le stesse movenze delicate di un friulano ubriaco con una decina di
bicchierini di grappa. Mi chiamano Udine’. Lei capisce che è il momento di
tacere. Non mi sembra una tipa tanto sveglia. Un bacio. Che cos’è un bacio?
Tecnicamente è il sovrapporsi delle labbra di due persone. Con o senza lingua.
Sono stati i venti minuti più belli da quando sono qui, stasera. Nonostante il
bambino urlante e piangente atto a distruggere ogni forma di sensualità. Ma
prima o poi verrà un massone. Guardo l’orologio, intanto si son fatte l’una di
notte.
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