venerdì 2 marzo 2012

LA RUOTA E’ LIBERA QUANDO L’ASFALTO SDRUCCIOLA


Signori fate largo al nonsense. Questa è la sua serata. Una serata di lucciole per lanterne, scoperte sempre eterne, vesti di madri materne. Mettere in rima pensieri artigianali, racconterò una storia di fatti surreali. L’altro giorno era notte. Erano le cinque, le diciassette per chi percorre la sua vita in senso contrario. Ora, non vi dico che caldo faceva. La notte più calda di un pomeriggio invernale d’agosto. Dovevo rientrare a casa presto, ma visto che c’ero, mi trattenni un altro po’. Nel senso che già ero a casa e presto - presto, riuscì a trattenermi. Trattenni le lacrime perché avevo appena saputo della non morte di un parente, del cognato, del cugino, del figlio del protagonista di quel film che trasmettono sempre a quell’ora  su quel canale. Ricordo troppo bene. Stavo per commuovermi. Era uno di quei canali belli a vedersi. Erano dei canali vanitosi. Larghi, ma non molto profondi. Con i ponti settecenteschi, uno ogni settecento metri. Con dei ponti quattrocentonovantamileschi (non riuscite a leggerlo, vero? Lo stesso sforzo che ho fatto io a scriverlo), praticamente. Il non parente non moriva ed io mi commuovevo. Asciugate le lacrime, mi misi al computer con quel monitor sollevato da una mattonella quadrata, settanta per settanta (quattromilanovecento), bianca con i bordi neri e con due uccelli che facevano i piccioncini al centro. Chiestomi il perché di questa cosa( del perché mettersi a scrivere a computer) decisi di non rispondermi, così da restare con un dubbio. Ora, tutti sanno che il dubbio è sintomo di intelligenza. Talvolta però i sintomi possono essere anche sbagliati. Nel dubbio continuai a scrivere. Improvvisamente uno dei due piccioni, la femmina, mi par di ricordare, mi suggerì di non andare oltre con il ragionamento. Pure perché era nascosto da una folta ragionabarba(questa la capirete al prossimo rigo). Assecondai il piccione, sì, lo assecondai perché dal mio punto di vista era il secondo al centro della mattonella. Quindi, dicevo, assecondai il piccione e continuai a scrivere senza mai staccare i piedi da terra. Ma con la testa sempre ricoperta da un pensiero fisso. Nello scrivere mi ricordai di aver messo a scuocere la pasta. Sì, io adoro mangiare la pasta scotta. Poi appena fatta, quindi biscotta, è ancora più buona. Da leccarsi i baffi e avendo possibilità di lingua, anche la barba.  Mangiando la pasta collosa, il pensiero fisso ricorreva. Una ricorrenza che non ricordavo. E la rincorrevo cercando di capire qualcosa. Improvvisamente sul monitor apparve una scritta: “Comunque non siamo due piccioni, altrimenti ci avresti preso con una fava”.Non captando il messaggio di quel messaggio(un messaggio quadrato, settanta per settanta) riuscì a farmene una ragione.  Ma la ragione è dei fessi ed un fesso con tanti perché potrebbe rischiare di diventare intelligente. Tutto questo pensare, pensai, sarà dovuto alla pasta scotta? Invece no. Era sintomatico del fatto che a volte i detti che sentite dire in giro, potrebbero risultare falsi. Mentre scrivevo e digerivo la pasta biscotta, udì suonare un pianoforte da uno che lo suonava piano – piano. Era uno di quei piani con la coda. Colui che lo suonava, lo suonava così piano che la coda formatasi dietro era lunghissima. Capito il problema dell’ingorgo musicale, tornai a scrivere e ad affrontare i mie pensieri. Erano pensieri difficili. Il primo riuscì a sconfiggerlo. Poi via con il secondo ed il terzo. Ma mi assalirono in branco e cedetti, privo di ogni forza.  Compreso il fatto che non era una buona serata né per parlare con i piccioni, né per scrivere né per affrontare i miei pensieri, decisi di tornare a guardare quel commovente film. Un ultimo dubbio mi assalì: ma poi chi è questo parente, del cognato, del cugino, del figlio del protagonista di quel film che trasmettono sempre a quell'ora  su quel canale? Ma sapevo in cuor mio che tutto questo non aveva senso.

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