Signori fate largo al nonsense. Questa è la sua serata. Una
serata di lucciole per lanterne, scoperte sempre eterne, vesti di madri
materne. Mettere in rima pensieri artigianali, racconterò una storia di fatti
surreali. L’altro giorno era notte. Erano le cinque, le diciassette per chi
percorre la sua vita in senso contrario. Ora, non vi dico che caldo faceva. La
notte più calda di un pomeriggio invernale d’agosto. Dovevo rientrare a casa
presto, ma visto che c’ero, mi trattenni un altro po’. Nel senso che già ero a
casa e presto - presto, riuscì a trattenermi. Trattenni le lacrime perché avevo
appena saputo della non morte di un parente, del cognato, del cugino, del
figlio del protagonista di quel film che trasmettono sempre a quell’ora su quel canale. Ricordo troppo bene. Stavo per
commuovermi. Era uno di quei canali belli a vedersi. Erano dei canali vanitosi.
Larghi, ma non molto profondi. Con i ponti settecenteschi, uno ogni settecento
metri. Con dei ponti quattrocentonovantamileschi (non riuscite a leggerlo,
vero? Lo stesso sforzo che ho fatto io a scriverlo), praticamente. Il non
parente non moriva ed io mi commuovevo. Asciugate le lacrime, mi misi al
computer con quel monitor sollevato da una mattonella quadrata, settanta per
settanta (quattromilanovecento), bianca con i bordi neri e con due uccelli che
facevano i piccioncini al centro. Chiestomi il perché di questa cosa( del
perché mettersi a scrivere a computer) decisi di non rispondermi, così da
restare con un dubbio. Ora, tutti sanno che il dubbio è sintomo di
intelligenza. Talvolta però i sintomi possono essere anche sbagliati. Nel
dubbio continuai a scrivere. Improvvisamente uno dei due piccioni, la femmina,
mi par di ricordare, mi suggerì di non andare oltre con il ragionamento. Pure
perché era nascosto da una folta ragionabarba(questa la capirete al prossimo
rigo). Assecondai il piccione, sì, lo assecondai perché dal mio punto di vista
era il secondo al centro della mattonella. Quindi, dicevo, assecondai il
piccione e continuai a scrivere senza mai staccare i piedi da terra. Ma con la
testa sempre ricoperta da un pensiero fisso. Nello scrivere mi ricordai di aver
messo a scuocere la pasta. Sì, io adoro mangiare la pasta scotta. Poi appena
fatta, quindi biscotta, è ancora più buona. Da leccarsi i baffi e avendo
possibilità di lingua, anche la barba. Mangiando
la pasta collosa, il pensiero fisso ricorreva. Una ricorrenza che non
ricordavo. E la rincorrevo cercando di capire qualcosa. Improvvisamente sul
monitor apparve una scritta: “Comunque non siamo due piccioni, altrimenti ci avresti
preso con una fava”.Non captando il messaggio di quel messaggio(un messaggio
quadrato, settanta per settanta) riuscì a farmene una ragione. Ma la ragione è dei fessi ed un fesso con
tanti perché potrebbe rischiare di diventare intelligente. Tutto questo pensare,
pensai, sarà dovuto alla pasta scotta? Invece no. Era sintomatico del fatto che
a volte i detti che sentite dire in giro, potrebbero risultare falsi. Mentre
scrivevo e digerivo la pasta biscotta, udì suonare un pianoforte da uno che lo
suonava piano – piano. Era uno di quei piani con la coda. Colui che lo suonava,
lo suonava così piano che la coda formatasi dietro era lunghissima. Capito il
problema dell’ingorgo musicale, tornai a scrivere e ad affrontare i mie
pensieri. Erano pensieri difficili. Il primo riuscì a sconfiggerlo. Poi via con
il secondo ed il terzo. Ma mi assalirono in branco e cedetti, privo di ogni
forza. Compreso il fatto che non era una
buona serata né per parlare con i piccioni, né per scrivere né per affrontare i
miei pensieri, decisi di tornare a guardare quel commovente film. Un ultimo
dubbio mi assalì: ma poi chi è questo parente, del cognato, del cugino, del
figlio del protagonista di quel film che trasmettono sempre a quell'ora su quel canale? Ma sapevo in cuor mio che tutto questo non aveva
senso.
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